sabato 18 febbraio 2017

L'Osservatorio (tutto ciò che c'è da sapere sulla politica italiana) - Febbraio

L’OSSERVATORIO. Che differenza c’è tra un Beppe Grillo che svillaneggia ed offende sul suo blog, che chiede provocatoriamente ai suoi seguaci sul web (ricordate?) “cosa faresti in macchina con la Presidente della Camera”, accompagnata dalla foto della Boldrini; che differenza c’è, dicevo, tra le parolacce di Grillo ed il recente titolo del quotidiano “Libero” su Virginia Raggi? Probabilmente nessuna, nonostante il capo dei “5 Stelle” additi al pubblico ludibrio Vittorio Feltri, accomunando l’infimo livello espresso dal “sessista” ed infelicissimo titolo a tutta la stampa nazionale! E come non ricordare ancora, sempre ad inizio legislatura, le volgarità nei confronti di alcune deputate del Pd, pronunciate da un onorevole (?) “5 Stelle” (non ricordo il nome) circa il “come e perché” si trovassero lì a Montecitorio a fare le deputate? L’on. Di Maio rammenta tali episodi? E Di Battista? Guardino i loro panni sporchi al riguardo, perché in questo campo “non son certo candide verginelle”! Si comprende chiaramente il loro desiderio di sviare l’interesse dell’opinione pubblica dalla crisi del comune di Roma, ma rimuovere il fatto che molti dei “pentastellati” e di chi li ha votati esprimano la “cultura del “vaffa” non dà loro la patente per condannare certi linguaggi! L’insulto, la volgarità gratuita sono ormai la cifra costante dell’attuale dibattito politico e nascondono spesso un vuoto di idee e di proposte. E’ giusto aver espresso solidarietà “non pelosa” alla sindaca di Roma da parte di tutti, perché un conto è l’essere avversario politico, un conto è il venir meno di ogni dignità di linguaggio e di stile. Che poi Feltri controbbatta affermando che lo stesso titolo era stato utilizzato dal suo quotidiano ai tempi dello “scandalo Ruby” non vuol dir nulla; allora il protagonista era un uomo (Berlusconi) e quel titolo lo toccava, come persona ”fisica”, solo di riflesso; in questo caso è diverso poichè diretto chiaramente alla Raggi, in quanto donna, con tanto di sua foto! Comunque tra qualche giorno questa “buriana” passerà, nel senso che verrà pian piano dimenticata (in Italia si ha spesso la memoria corta), e si tornerà a parlare (si spera) finalmente di politica. Intanto però non si può non notare come l’aspirante Primo Ministro dei “5 Stelle”, l’ineffabile Di Maio, si trovi per l’ennesima volta invischiato in una faccenda dai risvolti opachi. Non è la prima volta: l’estate scorsa con il caso di Quarto (NA), quando la sindaca venne cacciata dal Movimento per il solo sospetto di aver ricevuto voti pilotati. Ma pure Di Maio e Fico sapevano a suo dire di “quel rischio”, senza però dire nulla (e non furono cacciati); poi ancora, nel caso delle firme false a Palermo, di cui pare fosse a conoscenza (anche qui senza dir nulla), ora a Roma, con il suo avallo alla scelta di Marra, attualmente in carcere! In realtà, la questione romana non è tanto “blindare” la Raggi, quanto salvare il “soldato Di Maio”, bravissimo nel polemizzare con gli altri, nel mandare “editti bulgari” contro giornalisti, ma molto evasivo, e pare anche non veritiero, quando parla delle sue opacità! Comincia bene, per aspirare ad essere Primo Ministro! Il congresso Pd. Non si sà ancora al momento se si voterà a giugno (probabilmente no) e quando ci sarà di preciso (sembra ad aprile/maggio) il congresso del PD. Quello che conta è che il nostro partito rifletta seriamente sul suo ruolo e sulla sua natura. Renzi si dimetterà ovviamente da Segretario, anche se appare chiaro che vorrà riproporsi come candidato alla Segreteria e quindi, in caso di vittoria alle prossime “Politiche”, come Capo di Governo, ammenocchè non si cambi la norma dello Statuto. Io credo che si debba uscire dalla logica del “40%”, dal ritenere cioè come patrimonio sicuro in termini di voti quelli di coloro che il 4 dicembre han votato “sì”. Intanto le cose si evolvono, la sfida del populismo si fà più forte; e poi nascono nuovi soggetti politici (il “movimento” di Pisapia per esempio) che vogliono avere peso e rappresentanza a sinistra, senza escludere il PD. Ora la scelta non è indifferente; il governo Renzi, preceduto da quello di Letta, è nato in un momento di “impasse” istituzionale, con 3 forze politiche più o meno alla pari ed incompatibili tra loro. Che bisognava fare? Andare a rivotare, rischiando le sommosse di piazza con i “% Stelle” al 50% per protesta? E’ necessario allora che il quadro politico cambi, che si abbia una maggioranza chiara ed autosufficiente che noi speriamo ovviamente di centro-sinistra (o di sinistra-centro). Ma le domande principali riguardano però la “natura” del Pd e la sua capacità di dare risposte alle al Paese (in tal modo il congresso avrebbe un vero significato), soprattutto riguardo ai temi del lavoro, delle politiche per i giovani , dei servizi, della Scuola, dell’Università, della Sanità, del fisco. Se il 4 dicembre ha mandato un segnale, per il quale Renzi si è dimesso da Primo Ministro, è stato proprio la “distanza del Governo” dalla parte più sofferente del Paese, che paga ancora gli effetti della crisi economica più dura dal Dopoguerra, ma che da noi, complice anche un debito pubblico molto alto, non riesce ad avere quello sblocco che pure in altri Stati europei e non ha avuto. Ma è stato anche (il 4 dicembre) il voto della disillusione di coloro cioè che avevano visto (e lo vedrebbero ancora) il Pd come elemento di rinnovamento. Pensiamo al mondo della Scuola, in cui gli Insegnanti si son visti toccare da riforme anche “buone” nelle intenzioni, ma che hanno creato divisione all’interno del loro Corpo Docente, perché, invece che dalla base, dal rinnovamento cioè dei programmi scolastici, peraltro sollecitati finanche dall’Europa e solo in minima parte da noi realizzati, si è deciso di partire dal “tetto”, vale a dire dalla “governance”, attribuendo maggiori poteri ai Dirigenti Scolastici (i Presidi di una volta), cosa che pure il sondaggio (inascoltato!) proposto ai docenti stessi sulla Buona Scuola, precedente l’estensione della Riforma Giannini, aveva respinto con forza; ma quando in un insegnante permane la solitudine di fronte a classi sempre più intemperanti senza sentirsi, come capita spesso, sostenuto dal Dirigente, preoccupato com’è di non avere troppi problemi con famiglie sempre più aggressive, o fors’anche dal timore che una scuola troppo severa non attragga studenti, mettendo così a rischio la sua conferma (che dipende “aziendalisticamente parlando” dalle iscrizioni), come si può pensare che da quel mondo , che in buona parte ha da sempre guardato a sinistra, arrivi ancora quel consenso politico necessario? Ma non c’è solo la Scuola…La vera domanda è: se Renzi si è dimesso la sera del 4 dicembre, avvertendo l’assenza di sintonia con tanta parte del Paese, come può ripresentarsi (legittimamente peraltro) al congresso e riproporsi ancora come leader, e quindi come Premier in caso di vittoria del Pd, senza un’analisi “a fondo” delle cause della sconfitta? E per analisi approfondita non intendo frasi di circostanza (tipo: “non abbiamo saputo ad un certo punto parlare al Paese” oppure “abbiamo personalizzato il referendum”…), quanto invece una valutazione puntuale e dettagliata di alcune determinate leggi, pensiamo oltre alla scuola al lavoro, pur non dimenticando l’incremento del numero degli occupati, alla tassazione sulla casa (simile a quella di Berlusconi), al “salto” di ogni mediazione politico-sociale.. Ripeto: o nel congresso si parla di questo (ed allora avrà un senso vero e coinvolgente) o altrimenti si trasformerà solo in una “conta” e in un regolamento di “conti”, dalle conseguenze inimmaginabili! La sinistra e l’Europa. L’avvicinarsi in Europa ed in Italia di importanti appuntamenti elettorali (in Francia, Germania e Olanda per il capo del Governo, che per i nostri cugini d’Oltralpe sarà anche presidente della Repubblica, mentre da noi ci sarà la scadenza di diverse amministrazioni locali, semprechè alla fine non si voterà anche per il rinnovo del Parlamento) sta mettendo a nudo le gravi difficoltà del nostro Continente di fronte al montare della protesta populista, tanto più “ringalluzzita” dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni americane. Può darsi che la proposta di un’Europa “a due velocità” di Angela Merkel, che toglierebbe quella assai problematica ed impensabile unanimità finora richiesta nelle scelte politiche ed economiche dei 28 Paesi dell’Unione, possa dar nuovo slancio all’idea “fondativa” dell’unità europea, riavvicinando le istituzioni e la politica continentale alla gente, ma può essere anche l’opposto, vale a dire il definitivo tramonto del sogno di una federazioni di Stati con un unico Governo, specie se i movimenti anti-europeisti dovessero ottenere un notevole successo. Può in parte rincuorarci il fatto che per la prima volta dopo circa 20 anni un socialdemocratico (Martin Schulz) sia in testa nei sondaggi rispetto alla Merkel in Germania, mentre nella stessa Francia, se pure si dà per scontata la vittoria al primo turno di Marine Le Pen, al ballottaggio si intravede il possibile successo di Macron, accreditato di un 23% che unito (perché no) all’14% di Hamon si avvarrebbe sulla carta di un robusto 37% di elettorato di sinistra (o di centro sinistra), cui potrebbe sommarsi anche l’11%, o parte di esso, del candidato della sinistra estrema. Ma siamo ancora nel campo delle ipotesi e poi, dopo i non brillanti risultati dei sondaggisti di ogni parte del mondo, è meglio rimanere cauti e sperare. In Italia come detto ancora non si sà quando si andrà a votare, se alla naturale scadenza della legislatura (febbraio 2018) o prima, ma ciò che è chiaro è il prezzo molto alto che pagherebbe in ogni caso il Pd se non si ritrovano la ragioni “profonde” di un’unità, pur nella legittima diversa sensibilità su determinati temi. Perché il rischio è che, in Europa come in Italia, la sinistra perda l’orientamento senza dare risposte alla crisi che è sì economica, ma soprattutto sociale e direi antropologica; ormai nella società “liquida” esiste l’individuo indipendente dalla comunità in cui vive e tutti i problemi vengono vissuti appunto sul proprio parametro personale (per dirla in un modo un po’ semplicistico). La crisi inoltre, che ha fatto arricchire molti ed impoverire tanti altri ancor più, sta generando l’idea “mortale che è proprio la democrazia stessa come sistema a non saper dare più le risposte alla gente; diventa forte così la tentazione del cercare “giustizia” al di fuori dei canoni della strutture democratiche stesse, almeno come le abbiamo conosciute e vissute finora, la tentazione insomma “dell’uomo forte”! Mentre a destra puoi sempre trovare chi dice di “essere d’accordo con le paure e le arrabbiature della gente” ed ottenere consenso “senza fatica” pur senza proporre soluzioni, solo cavalcando emotività e forti mal di pancia” (verso gli immigrati, verso la classe politica nel suo insieme…), a sinistra, dove non si può prescindere dalla solidarietà e dal principio di uguaglianza, questo sarebbe improponibile. E’ un discorso enorme, ma qui si dovrà misurare tutta la capacità di un nuovo ceto dirigente illuminato e consapevole; apparirebbero davvero una “piccola cosa” di fronte a ciò le polemiche forse inevitabili sulle date congressuali, sulla riforma elettorale (sarei per il Mattarellum), sulle possibili alleanze interne al partito o sul come rimanere “a galla” politicamente ad ogni costo. O si recupera una visione strategica del ruolo della sinistra o è meglio chiudere bottega! Gianni Amendola

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