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martedì 31 ottobre 2017

PINO GORIA: Ecco il nuovo segretario provinciale del PD

Il Partito Democratico di Asti si ritrova unito intorno al nuovo segretario provinciale Giuseppe Goria, detto Pino, eletto pressoché all’unanimità dagli oltre cinquecento iscritti della nostra provincia in occasione del congresso appena concluso. Pino Goria compirà 63 anni il prossimo 28 novembre e ha grande esperienza amministrativa in forza di una lunga carriera di direttore e segretario generale in molti comuni piemontesi, ultimo il Comune di Asti, dove ha rivestito questo delicato ruolo fino al mese scorso. Dal punto di vista politico è stato tra l’altro sindaco di Tigliole dal 1985 al 1995 e Presidente della Provincia di Asti dal 1995 al 1999. La elezione di Goria a segretario provinciale del PD, frutto di una convergenza di tutte le anime del partito, è stata ratificata dall’assemblea congressuale svoltasi al dopolavoro della Way Assauto mercoledì scorso. Nel discorso di insediamento il nuovo segretario ha sottolineato il fatto che, pur essendo un sostenitore di Renzi da quando è sulla scena nazionale, la sua disponibilità a candidarsi si è fondata sul presupposto dell’accordo unitario di tutte le anime del Partito e che questa sarà anche la condizione per la prosecuzione del suo mandato che quindi si svolgerà in un clima di lavoro comune. Alcuni delegati, intervenendo all’assemblea, hanno ricordato come Goria sia stato un precursore dell’Ulivo avendo creato ad Asti “Il Grappolo”: una coalizione di centro sinistra molto vasta, che riuscì a conquistare la guida della Provincia di Asti, nonostante la stessa sia tradizionalmente più vocata al centrodestra, che ha anticipato a livello locale l’Ulivo che successivamente avrebbe portato Romano Prodi alla guida del Paese e la nascita del Partito Democratico. Concludendo il proprio intervento Goria ha affermato che “saremo tutti valutabili sulla base dei risultati che saremo capaci di ottenere, mostrandoci degni di governare le situazioni e non di gestirle; di aumentare il numero e la qualità dei nostri iscritti, considerando questo non un fine in sé, ma un sintomo del fatto che stiamo percorrendo strade corrette; di meritare maggiori consensi elettorali come riconoscimento del buon lavoro che saremo riusciti a fare”. Buon lavoro Pino!

OSSERVATORIO Ottobre 2017 - Seconda parte

L’OSSERVATORIO. Renzi e il caso Visco. Credo che l’improvvisa accelerazione circa la nomina a Governatore della Banca d’Italia, impressa da Renzi e non nota a quanto pare né a Gentiloni né a Mattarella se non a cose fatte (almeno a quanto ci è dato da capire), apra un’ulteriore ferita nel corpo del partito e riproponga la domanda che da mesi, almeno dalla sconfitta nel referendum, dovrà trovare ora finalmente risposta, assai difficile invero, ma fondamentale: quale Pd si vuole? Perché se non si prende coscienza che da circa un anno (o forse più, ma quantomeno dalla data del suddetto referendum) il corso della politica in Italia è cambiato e che il Pd deve passare dall’autosufficienza alla collaborazione ed al dialogo con il mondo di “sinistra”, vale a dire con quella grande fetta di elettorato che sta progressivamente venendo meno, ormai profondamente deluso e disincantato, allo stesso “dovere“ una volta “sacro” del voto, ingrossando le fila dell’astensionismo, ormai “vera e propria emergenza democratica”, non si và da nessuna parte! Il continuo rifiuto ad ascoltare gli inviti al confronto programmatico con quell’area che per brevità chiameremo “campo di sinistra”, provenienti da personalità quali Veltroni, Letta, Cacciari (e ne dimentico altre), sta portando a mio avviso il partito in un “cul de sac”; se dobbiamo dar credito a Romano Prodi, della cui serietà non credo si debba dubitare, secondo il quale Renzi, per averglielo confidato, ha in mente il disegno di arrivare a governare con Forza Italia, staccandola dalla Lega di Salvini, non si può non prendere atto che si sta andando verso una “mutazione genetica” del Pd. Vediamo se l’offerta a una ripresa di confronto avanzato da Roberto Speranza porti frutti positivi, anche se la risposta del Segretario circa l’intangibilità della proposta di legge elettorale (il Rosatellum) non induce all’ottimismo (e difatti Mdp-Art.1 è appena uscito dalla maggioranza dopo il voto di fiducia al Senato sulla legge elettorale). Il fatto è (ci ripetiamo) che Renzi sà benissimo che un’alleanza solidamente costruita, non come sommatoria di voti ma come forte convergenza su individuazione di temi e soluzioni, imporrebbe anche a lui un cambio di visione, il passaggio cioè “dall’ io al noi”, rimettendo non solo in discussione alcune fondamentali leggi emanate sotto il suo governo, ma anche la questione della stessa leadership, cosa che evidentemente vede come “fumo negli occhi”. Questo punto è forse il più divisivo ed occorre risolverlo in un modo o nell’altro al più presto (sicuramente dopo le elezioni siciliane) nell’interesse del partito e dei suoi militanti; lo sforzo da parte della maggioranza è di capire che chi è uscito (Mdp-Art.1) o chi si sente ai margini della linea politica (i succitati Letta, Cacciari, Veltroni, lo stesso Prodi…), sta denunciando un ‘involuzione del partito, una visione di esso se non padronale quantomeno come una ristretta cerchia di fedelissimi, quale emerge dalla vicenda della mozione su Visco. Questo perché si è radicato da un po’ di tempo anche nella sinistra, non solo in Italia, l’idea che un’elezione diretta, anche attraverso le primarie, renda il vincitore “proprietario” del partito (o del Governo), per cui le scelte, le varie prese di posizione possono avvenire senza il filtro di un confronto preventivo, tranne appunto con il gruppo “fedelissimi”, in quanto ci si ritiene legittimati da un plebiscito; una sorta di “ghe pensi mi” di berlusconiana memoria! Ciò spiega allora perché c’è stata quest’uscita sul Governatore della Banca d’Italia e perché sia avvenuta all’insaputa di tanti nel Pd, Gentiloni compreso, il quale ha chiesto la mediazione della Finocchiaro per smussare quella parti della mozione troppo “tranchant”; in questo caso però c’è l’aggravante che una tale manovra ha aperto una crepa istituzionale, in quanto come si sà la nomina non dipende dal un partito che può esprimere un parere, ma dal Governo e dal Capo dello Stato che infatti ha richiamato Renzi al rispetto delle prassi istituzionali. Sorprende, ma fino ad un certo punto, questa mossa, evidentemente non improvvisata, di scaricare su Visco tutti i problemi delle banche, tema sensibilissimo che avrebbe costituito l’argomento principale della propaganda dei “5 Stelle”; accusando Visco e “chiamando fuori” il Pd si è probabilmente voluto liberare il campo della battaglia elettorale da uno spinosissimo tema, a rischio però di una crisi istituzionale che potrebbe aprire in futuro, se non risolta “presto e bene”, scenari analoghi (magari con altre maggioranze), per cui chiunque sarà in futuro il Capo del Governo (Renzi non lo è ma ci spera) si sentirà autorizzato, in quanto “eletto dal popolo”, a rimuovere un Governatore se non gradito! Ma ne valeva proprio la pena? Pd e Rosatellum Sembra da alcune autorevoli proiezioni di sondaggisti che la legge elettorale in via di approvazione al Senato non permetterà al Pd la conquista di seggi “nell’uninominale”, specie nel centro-nord e che un eventuale “accettabile” successo “nel proporzionale” non servirà a ridurre il distacco dalla coalizione di centro-destra, data ormai per favorita. Magari ve ne saranno altri che diranno cose un po’ diverse; resta il fatto che questa legge elettorale non cambia alcune storture che dal “Porcellum” ci portiamo avanti, vale a dire le pluricandidature (il presentarsi cioè in più collegi) e le candidature bloccate, in modo che comunque o si vinca o si perda il leader, chiunque sia, del partito (o della coalizione), quale che sia, potrà contare su un ben nutrito gruppo di fedelissimi, in grado quindi di puntellargli il potere interno. Si dirà: in fondo con la composizione dell’attuale Parlamento, uscito come ricordiamo dalle elezioni politiche del febbraio 2013, non era facile trovare soluzioni diverse, con Berlusconi, quale dovuto interlocutore in quanto ancora leader del centrodestra, che non avrebbe mai e poi mai accettato un sistema che potesse prevedere preferenze e non pluricandidature. Ciò è vero, come è altrettanto vero che i Pentastellati avrebbero potuto chiedere il ritorno al “Mattarellum”, che prevedeva un 75% di maggioritario e 25% di proporzionale (creando forse qualche difficoltà al Pd che ufficialmente lo ha sponsorizzato, almeno all’inizio, ma probabilmente non lo avrebbe gradito del tutto per i suddetti motivi…), ma per loro esplicita affermazione, non avendo nei collegi uninominali candidati in grado di competere in quanto sconosciuti, hanno respinto una tale soluzione. Al momento analisi più realistiche di quelle della conta dei possibili seggi, dato che i collegi non sono stati ancora definiti ufficialmente, ritengono che il Rosatellum vada bene proprio per le “larghe intese”, confermando quanto appunto detto circa l’idea di Renzi, riferita da Prodi,di allearsi con Berlusconi! Staremo a vedere; certo, resta da chiedersi perché mai il Pd si sia ridotto a tal punto da “auspicare” un governo con colui che è stato l’avversario per 20 anni, che ha alterato il rapporto tra i Poteri dello Stato (in primis tra l’Esecutivo ed il Giudiziario), che ha voluto “a maggioranza” (la sua) una legge elettorale su misura che non facesse vincere la sinistra (il Porcellum) e che ora, senza “alcun merito”, visto che era piuttosto defilato ed indebolito politicamente dalla “norma Severino”, si trova ringalluzzito al centro dell’interesse generale dopo la vittoria alle amministrative della sua coalizione, grazie alla divisione del centrosinistra ed agli errori del Pd. La voglia di autocritica però non sembra al momento essere un tratto distintivo del nostro partito; Renzi è ancora affascinato dall’ipotesi del 40% (il risultato delle Europee e del referendum del dicembre scorso), (ri)personalizzando le prossime elezioni, sperando di far vincere il Pd senza alleati. Ma sarà davvero così? E se sì, avremo allora il Partito di Renzi”, come dice da tempo Ilvo Diamanti, sociologo ad Urbino, collaboratore de” la Repubblica”, basato sul carisma del leader? E della sinistra che ne sarà? E che rapporti ci saranno con il centrodestra, coi vari Alfano, Verdini, lo stesso Berlusconi? E che partito ci ritroveremo? Il Rosatellum apre queste domande, forse le alimenta ulteriormente…Non c’è che dire: il rischio di disorientamento della base del partito e del popolo delle primarie rimane ancora molto alto… Gianni Amendola

lunedì 23 ottobre 2017

RISULTATI ELEZIONI CIRCOLO PD ASTI

Sabato 21/10/2017 si sono volte le elezioni per eleggere il coordinatore cittadino del Partito Democratico. A contendersi la carica Andrea Giarrizzo e Mario Mortara appoggiati da 1 lista ciascuno. A spuntarla è stato Mario Mortara con 126 voti contro i 29 di Andrea Giarrizzo e 4 schede bianche. Contestualmente si sono svolte le votazioni per l'elezione del Coordinatore Provinciale di Pino Goria, figura unitaria di tutto il PD. Complimenti a tutti, per l'impegno, la voglia di fare che ci permette di dire ed essere orgogliosi di essere un vero partito democratico! Buon lavoro a tutti!

mercoledì 11 ottobre 2017

BUON COMPLEANNO PD

Dieci anni fa , il 14 ottobre del 2007, nasceva il Partito Democratico. Nei locali della Sede di piazza Statuto 1, sabato 14 ottobre 2017 alle ore 11, Maria Ferlisi e il Coordinamento del Circolo di Asti saranno lieti di accogliere iscritti e simpatizzanti per un brindisi in attesa del Congresso da cui usciranno i nuovi organi cittadino e provinciale. Cogliamo l’occasione per ricordare che è possibile rinnovare la tessera d’iscrizione per l’anno in corso previo appuntamento telefonando ai numeri 0141325538 3293562699 3485604782 o scrivendo una mail all’indirizzo partitodemocratico.circoloasti@gmail.com Il Partito Democratico Circolo di Asti

OSSERVATORIO Ottobre 2017

L’OSSERVATORIO. La metamorfosi dei “5 Stelle” e la collocazione del Pd. La recente uscita del candidato “5 Stelle” Luigi Di Maio sui Sindacati pone, comunque la si guardi, alcuni problemi da non sottovalutare. E’ vero che le organizzazioni sindacali da almeno 20 anni, da quando cioè sono venuti meno i partiti storici cui si ispiravano in qualche modo (per intenderci: la CGIL in orbita, se non cinghia di trasmissione, del PCI, la CISL sostanzialmente democristiana, la UIL laico-socialista), col modificarsi della struttura del mondo del lavoro e del venir meno delle tradizionali classi lavorative (in primis quella operaia) hanno attraversato (o stanno ancora attraversando) una crisi d’identità e di consenso, essendo diventate organizzazioni costituite in maggioranza da pensionati, con pochi giovani (i quali ovviamente se non han lavoro non si iscrivono nemmeno), forse ora un po’ più sganciate dai partiti (almeno in parte). Ma è stato quel richiamo “o cambiano o ci penseremo noi quando saremo al Governo” che ha aperto uno scenario un po’ inquietante, perché parole del genere richiamano ad un periodo politico buio dell’Italia (il Ventennio) ed in bocca ad un trentenne che probabilmente non l’ha studiato a scuola (come tanti suoi coetanei del resto) assumono il sapore dell’avventurismo, se non dell’incoscienza. Perché a norma di Costituzione, che pure i Pentastellati hanno difeso a spada tratta in occasione del referendum dello scorso 4 dicembre (probabilmente solo per fare dispetto a Renzi), i sindacati sono libere associazioni, la cui organizzazione appartiene agli iscritti. Che vuol dire allora “ci penseremo noi”? Vogliono forse i “dimaini”, invece di un “libero” sindacato, una cinghia di trasmissione del governo? Questo punto và chiarito perché non è secondario; stona poi come l’aspirante premier Giggino abbia usato da un lato toni diversi, più felpati, più accomodanti nei confronti degli industriali nel loro recente meeting a Cernobbio, quasi a voler rassicurare e cercare una legittimazione, mentre al contrario è stato “tranchant” con le organizzazioni dei lavoratori…Sarà forse la “decrescita felice” ad imporre questi atteggiamenti, queste posizioni? Il punto è che la mutazione genetica in corso (non da ora) dei Pentastellati è ormai un fatto acquisito; si muovono ormai come “un partito”, hanno (non da ora) una “casta interna” su cui modellano e modificano norme del loro “non Statuto” (quelle sugli indagati ad esempio, ma vedrete che cambieranno la regola di non oltrepassare i 2 mandati parlamentari!), cercano appoggi e benevolenze ai “piani alti” di quei poteri forti che pure condannavano, cui imputavano opposizione alla loro avanzata politica. Di Maio è la quintessenza di questa mutazione prima o poi inevitabile e possiamo star certi che se i “5 Stelle” arrivassero “primi” alle elezioni politiche cercheranno alleati (quasi certamente a destra, presso Salvini o la Meloni..in fondo per loro destra o sinistra “pari sono”), con quali prospettive per il Paese Dio solo lo sà! I loro contrasti interni sono al momento solo parzialmente sopiti, ma se il Movimento non dovesse vincere in Sicilia ed alle elezioni politiche del 2018 sarà condannato all’insignificanza e subirà inevitabilmente non pochi contraccolpi. Questo è il vero, serio problema dei “5 Stelle”, nati più per l’opposizione che per la gestione del potere (come i fatti ormai dimostrano nelle realtà locali, non solo a Roma): la loro sopravvivenza politica, altrimenti saranno condannati a scindersi ed a diventare, nella parte che resterà maggioritaria, “uguali ai partiti”, dovendo accettare delle “contaminazioni” (alleanze) per restare a galla, che li faranno diventare “altro” da quello che dicono di essere; il che motiva la fretta che mostrano di voler bruciare le tappe per raggiungere il cuore del potere politico, vale a dire il governo del Paese, dopo solo 5 anni di “apprendistato” parlamentare (“o si vince ora o non si vince più”)! Certo che non vanno sottovalutati; la rabbia di tanta gente nei confronti della politica in generale è ancora cospicua ed i “5 Stelle” ancora per molte persone rappresentano un’alternativa. Il fatto è che con loro, alla vigilia di elezioni che sanciranno chi dovrà guidare il Paese nei prossimi 5 anni, non si può dire: “Lasciamoli lavorare e alla fine tireremo le somme”…Ma dopo questi 5 anni come sarà l’Italia? In che situazione saremo? In questo contesto generale, di fronte al rischio dello sbandamento del Paese, la palla passa al Pd il quale potrebbe (e dovrebbe) recuperare una centralità politica, in termini di contenuti, che ultimamente non sembra essergli più di tanto accreditata. L’apertura a sinistra del segretario Renzi è stata sicuramente una buona e doverosa “cosa” (probabilmente fatta anche per mettere in difficoltà i fuorusciti che stanno rompendo con Pisapia!), ma occorre chiarire al più presto alcuni punti decisivi: il primo, la questione della leadership, cui Renzi probabilmente ancora aspira, ma che sarebbe divisiva, qualora riproposta; il secondo, la messa a punto di un programma di ampio respiro che non potrà non porre in discussione alcune delle riforme del governo da lui guidato (Job’s Act, Buona Scuola, la tassa sulla prima casa, per fare degli esempi..), le quali come già detto altre volte, hanno contribuito non poco all’abbandono del partito da parte di tanto mondo del centrosinistra e quindi agli ultimi tracolli elettorali del Pd. Questo sarà un punto cruciale perché è impensabile ritenere che Pisapia accetti un’alleanza senza chiari e forti contenuti innovativi (anche lui parla, come Bersani e gli altri, di discontinuità nelle scelte del Governo e quindi del partito che ne sarà l’ossatura se si vincerà). Con le elezioni siciliane alle porte è probabile che questi discorsi saranno temporaneamente accantonati, ma indipendentemente dall’esito di esse, a maggior ragione se vi sarà sconfitta, il confronto si aprirà e dovrà essere necessariamente “franco ed articolato” (per dirla come ai tempi del Pci). Certo è che la notizia di oggi della fiducia chiesta dal Governo sulla legge elettorale complica irrimediabilmente le cose, segno della difficoltà di una classe politica che in questi anni non è stata in grado di trovare un serio accordo sulle regole del gioco (ed è inutile che Di Battista, costituzionalista “on the road”, gridi “al colpo di Stato”: perché non hanno subito accettato il Mattarellum? Insieme col Pd avrebbero avuto la maggioranza; solo che non lo volevano perché nei collegi uninominali non avrebbero avuto gente in grado di competere…Anche loro in fondo desideravano una legga elettorale ad hoc!). L‘Italia sta uscendo dalla crisi ma è ancora un Paese dove per un giovane è dura trovare un impiego adeguato al proprio titolo di studio o comunque alle proprie competenze, dove i diritti dei lavoratori non sono più immediatamente riconosciuti (vedasi caso Ilva a Genova), dove eccellenze nel campo della ricerca scientifica e non sono costrette ad andare in altri Paesi (ma anche lì si è sentita la crisi, eppure…), dove i posti che contano, nella Università, nella Dirigenza della Pubblica Amministrazione, nella Sanità, sono tuttora spesso oggetto di “scambi e favori reciproci”, come il recente scandalo di Firenze ha dimostrato. Ridare fiducia all’Italia significa cominciare seriamente a porre al centro queste questioni, ad individuare prassi organizzative e norme giuridiche in grado di ridurre progressivamente il peso di queste storture. Anche i “bersanian-d’alemiani” che reclamano un deciso cambio di passo e di orientamento del Pd devono uscire dalla logica della contrapposizione “comunque”, ma devono su certi temi essere più chiari a livello di proposte, non solo di denuncia, prima di decidere con chi allearsi. Il cuore dei militanti e di chi guarda loro con simpatia “và scaldato” con una visione ampia, non rancorosa, perché anche il rinfacciare l’appoggio di Alfano è di corto respiro, in quanto fino ad oggi “tutto il Pd” (fuorusciti compresi) ha votato leggi importanti con lui (e lo dice il sottoscritto che certo Alfano non lo vorrebbe in un futuro governo, perché è sì degna persona, ma non ha una visione “di sinistra”). Perché c’è molto bisogno “di sinistra” in Italia, Paese che forse più di altri ha sofferto la globalizzazione, che ha necessità di correggere le disuguaglianze che stanno trasformandosi spesso in “esclusione sociale”, di recuperare quello spirito solidarista che sta venendo meno negli ambiti lavorativi, con la trasformazione di servizi pubblici essenziali (Scuola e Sanità per intenderci) in “Aziende” nelle quali le figure apicali (i manager) finiscono per avere poteri spesso assoluti, beneficiando spesso coloro tra i sottoposti che si mettono in costante adorazione…Solidarismo non è appiattimento o egualitarismo soffocante, ma un valore sociale e politico che non esclude il merito, purchè questo non sia lasciato a soggettive valutazioni dei vari singoli capi, ma basato su norme certe e condivise. C’è parecchio da fare in questo Paese e la “sinistra” se abbandonasse personalismi esasperati trovasse le ragioni per stare insieme… Gianni Amendola

domenica 1 ottobre 2017

ASSEMBLEA Circolo Cittadino di Asti MERCOLEDI 04/10/2017 per Congresso Provinciale 2017

Carissimi, il giorno 4 ottobre 2017 alle ore 21 si svolgerà l'assemblea degli iscritti al Circolo Cittadino con il seguente ordine del giorno: 1) Esposizione del regolamento congressuale per chiarire i punti principali dello stesso. 2) Scelta del numero dei componenti del Coordiamento Cittadino che uscirà dal Congresso. 3) Varie ed eventuali Desidero rinnovare il ringraziamento a tutti per il tempo che saprete dedicare al Partito Democratico in questa nuova fase. Il Presidente del Circolo Maria Ferlisi