mercoledì 11 ottobre 2017

OSSERVATORIO Ottobre 2017

L’OSSERVATORIO. La metamorfosi dei “5 Stelle” e la collocazione del Pd. La recente uscita del candidato “5 Stelle” Luigi Di Maio sui Sindacati pone, comunque la si guardi, alcuni problemi da non sottovalutare. E’ vero che le organizzazioni sindacali da almeno 20 anni, da quando cioè sono venuti meno i partiti storici cui si ispiravano in qualche modo (per intenderci: la CGIL in orbita, se non cinghia di trasmissione, del PCI, la CISL sostanzialmente democristiana, la UIL laico-socialista), col modificarsi della struttura del mondo del lavoro e del venir meno delle tradizionali classi lavorative (in primis quella operaia) hanno attraversato (o stanno ancora attraversando) una crisi d’identità e di consenso, essendo diventate organizzazioni costituite in maggioranza da pensionati, con pochi giovani (i quali ovviamente se non han lavoro non si iscrivono nemmeno), forse ora un po’ più sganciate dai partiti (almeno in parte). Ma è stato quel richiamo “o cambiano o ci penseremo noi quando saremo al Governo” che ha aperto uno scenario un po’ inquietante, perché parole del genere richiamano ad un periodo politico buio dell’Italia (il Ventennio) ed in bocca ad un trentenne che probabilmente non l’ha studiato a scuola (come tanti suoi coetanei del resto) assumono il sapore dell’avventurismo, se non dell’incoscienza. Perché a norma di Costituzione, che pure i Pentastellati hanno difeso a spada tratta in occasione del referendum dello scorso 4 dicembre (probabilmente solo per fare dispetto a Renzi), i sindacati sono libere associazioni, la cui organizzazione appartiene agli iscritti. Che vuol dire allora “ci penseremo noi”? Vogliono forse i “dimaini”, invece di un “libero” sindacato, una cinghia di trasmissione del governo? Questo punto và chiarito perché non è secondario; stona poi come l’aspirante premier Giggino abbia usato da un lato toni diversi, più felpati, più accomodanti nei confronti degli industriali nel loro recente meeting a Cernobbio, quasi a voler rassicurare e cercare una legittimazione, mentre al contrario è stato “tranchant” con le organizzazioni dei lavoratori…Sarà forse la “decrescita felice” ad imporre questi atteggiamenti, queste posizioni? Il punto è che la mutazione genetica in corso (non da ora) dei Pentastellati è ormai un fatto acquisito; si muovono ormai come “un partito”, hanno (non da ora) una “casta interna” su cui modellano e modificano norme del loro “non Statuto” (quelle sugli indagati ad esempio, ma vedrete che cambieranno la regola di non oltrepassare i 2 mandati parlamentari!), cercano appoggi e benevolenze ai “piani alti” di quei poteri forti che pure condannavano, cui imputavano opposizione alla loro avanzata politica. Di Maio è la quintessenza di questa mutazione prima o poi inevitabile e possiamo star certi che se i “5 Stelle” arrivassero “primi” alle elezioni politiche cercheranno alleati (quasi certamente a destra, presso Salvini o la Meloni..in fondo per loro destra o sinistra “pari sono”), con quali prospettive per il Paese Dio solo lo sà! I loro contrasti interni sono al momento solo parzialmente sopiti, ma se il Movimento non dovesse vincere in Sicilia ed alle elezioni politiche del 2018 sarà condannato all’insignificanza e subirà inevitabilmente non pochi contraccolpi. Questo è il vero, serio problema dei “5 Stelle”, nati più per l’opposizione che per la gestione del potere (come i fatti ormai dimostrano nelle realtà locali, non solo a Roma): la loro sopravvivenza politica, altrimenti saranno condannati a scindersi ed a diventare, nella parte che resterà maggioritaria, “uguali ai partiti”, dovendo accettare delle “contaminazioni” (alleanze) per restare a galla, che li faranno diventare “altro” da quello che dicono di essere; il che motiva la fretta che mostrano di voler bruciare le tappe per raggiungere il cuore del potere politico, vale a dire il governo del Paese, dopo solo 5 anni di “apprendistato” parlamentare (“o si vince ora o non si vince più”)! Certo che non vanno sottovalutati; la rabbia di tanta gente nei confronti della politica in generale è ancora cospicua ed i “5 Stelle” ancora per molte persone rappresentano un’alternativa. Il fatto è che con loro, alla vigilia di elezioni che sanciranno chi dovrà guidare il Paese nei prossimi 5 anni, non si può dire: “Lasciamoli lavorare e alla fine tireremo le somme”…Ma dopo questi 5 anni come sarà l’Italia? In che situazione saremo? In questo contesto generale, di fronte al rischio dello sbandamento del Paese, la palla passa al Pd il quale potrebbe (e dovrebbe) recuperare una centralità politica, in termini di contenuti, che ultimamente non sembra essergli più di tanto accreditata. L’apertura a sinistra del segretario Renzi è stata sicuramente una buona e doverosa “cosa” (probabilmente fatta anche per mettere in difficoltà i fuorusciti che stanno rompendo con Pisapia!), ma occorre chiarire al più presto alcuni punti decisivi: il primo, la questione della leadership, cui Renzi probabilmente ancora aspira, ma che sarebbe divisiva, qualora riproposta; il secondo, la messa a punto di un programma di ampio respiro che non potrà non porre in discussione alcune delle riforme del governo da lui guidato (Job’s Act, Buona Scuola, la tassa sulla prima casa, per fare degli esempi..), le quali come già detto altre volte, hanno contribuito non poco all’abbandono del partito da parte di tanto mondo del centrosinistra e quindi agli ultimi tracolli elettorali del Pd. Questo sarà un punto cruciale perché è impensabile ritenere che Pisapia accetti un’alleanza senza chiari e forti contenuti innovativi (anche lui parla, come Bersani e gli altri, di discontinuità nelle scelte del Governo e quindi del partito che ne sarà l’ossatura se si vincerà). Con le elezioni siciliane alle porte è probabile che questi discorsi saranno temporaneamente accantonati, ma indipendentemente dall’esito di esse, a maggior ragione se vi sarà sconfitta, il confronto si aprirà e dovrà essere necessariamente “franco ed articolato” (per dirla come ai tempi del Pci). Certo è che la notizia di oggi della fiducia chiesta dal Governo sulla legge elettorale complica irrimediabilmente le cose, segno della difficoltà di una classe politica che in questi anni non è stata in grado di trovare un serio accordo sulle regole del gioco (ed è inutile che Di Battista, costituzionalista “on the road”, gridi “al colpo di Stato”: perché non hanno subito accettato il Mattarellum? Insieme col Pd avrebbero avuto la maggioranza; solo che non lo volevano perché nei collegi uninominali non avrebbero avuto gente in grado di competere…Anche loro in fondo desideravano una legga elettorale ad hoc!). L‘Italia sta uscendo dalla crisi ma è ancora un Paese dove per un giovane è dura trovare un impiego adeguato al proprio titolo di studio o comunque alle proprie competenze, dove i diritti dei lavoratori non sono più immediatamente riconosciuti (vedasi caso Ilva a Genova), dove eccellenze nel campo della ricerca scientifica e non sono costrette ad andare in altri Paesi (ma anche lì si è sentita la crisi, eppure…), dove i posti che contano, nella Università, nella Dirigenza della Pubblica Amministrazione, nella Sanità, sono tuttora spesso oggetto di “scambi e favori reciproci”, come il recente scandalo di Firenze ha dimostrato. Ridare fiducia all’Italia significa cominciare seriamente a porre al centro queste questioni, ad individuare prassi organizzative e norme giuridiche in grado di ridurre progressivamente il peso di queste storture. Anche i “bersanian-d’alemiani” che reclamano un deciso cambio di passo e di orientamento del Pd devono uscire dalla logica della contrapposizione “comunque”, ma devono su certi temi essere più chiari a livello di proposte, non solo di denuncia, prima di decidere con chi allearsi. Il cuore dei militanti e di chi guarda loro con simpatia “và scaldato” con una visione ampia, non rancorosa, perché anche il rinfacciare l’appoggio di Alfano è di corto respiro, in quanto fino ad oggi “tutto il Pd” (fuorusciti compresi) ha votato leggi importanti con lui (e lo dice il sottoscritto che certo Alfano non lo vorrebbe in un futuro governo, perché è sì degna persona, ma non ha una visione “di sinistra”). Perché c’è molto bisogno “di sinistra” in Italia, Paese che forse più di altri ha sofferto la globalizzazione, che ha necessità di correggere le disuguaglianze che stanno trasformandosi spesso in “esclusione sociale”, di recuperare quello spirito solidarista che sta venendo meno negli ambiti lavorativi, con la trasformazione di servizi pubblici essenziali (Scuola e Sanità per intenderci) in “Aziende” nelle quali le figure apicali (i manager) finiscono per avere poteri spesso assoluti, beneficiando spesso coloro tra i sottoposti che si mettono in costante adorazione…Solidarismo non è appiattimento o egualitarismo soffocante, ma un valore sociale e politico che non esclude il merito, purchè questo non sia lasciato a soggettive valutazioni dei vari singoli capi, ma basato su norme certe e condivise. C’è parecchio da fare in questo Paese e la “sinistra” se abbandonasse personalismi esasperati trovasse le ragioni per stare insieme… Gianni Amendola

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