giovedì 9 novembre 2017

OSSERVATORIO Novembre 2017

L’OSSERVATORIO. La crisi del pd. Il risultato delle Amministrative siciliane non lascia adito a dubbi: il partito è in forte crisi di rappresentanza e l’imminenza delle “Politiche” (pare nel marzo 2018) rende tutto ciò ancor più drammatico. Né può consolare il fatto che la somma dei voti conseguiti da Micari e da Claudio Fava porti ad un 25% circa non distante dal 26.70% dei “5 Stelle”, che pure ritengono di aver vinto, e che solo grazie al voto disgiunto (si calcolano 100.000 voti “piddini”) Cancelleri abbia potuto conseguire il 34% ed oltre (poi sicuramente ci sono stati anche alcuni del Pd che hanno preferito votare invece Musumeci). Non c’è da esserne confortati dicevo, quanto fortemente arrabbiati per la fine che sta facendo il nostro partito, incapace ormai di intercettare quel bisogno di rinnovamento nei metodi di governo e nelle scelte politiche che pure sembrava incarnare sin dalla sua ufficiale formazione. Ora il tempo stringe e se non si vuole consegnare il Paese ad una destra molto brava a “fare cartello” elettorale, ma divisa su Europa, euro, politica estera (chi guarda a Trump chi a Putin) e sulla leadership (Salvini? Tajani? Gianni Letta?), problema di non poco conto, o all’inconcludenza un po’ spocchiosa dei Pentastellati, capaci sì di raccogliere consenso (che sembra rimanere sostanzialmente stabile) quale forza anti-casta (quella degli altri ovviamente, non certo la loro), ma inadeguati nel governo quotidiano, tra l’altro con una questione molto seria che potrebbe emergere nei prossimi giorni e mesi, vale a dire il rapporto coltivato dal “Movimento” con la Russia di Putin ed col suo sistema di “hackeraggio”, in grado di interferire come si è visto nelle scelte elettorali di altri Stati. Ne hanno forse beneficiato anche loro? Il fatto è, tornando al Pd, che ora bisogna fare scelte precise: o ci si allea (non certo con Alfano, pure escluso dal parlamento siciliano) guardando a sinistra o si rischia l’isolamento e la personalizzazione (la “macronizzazione”) della campagna elettorale, con tutto ciò che inevitabilmente ne conseguirà. Non è facile la scelta, ma si impone, ammenocchè e da una parte e dall’altra (Pd e area di sinistra) non si voglia giocare al “muoia Sansone con tutti i Filistei”, in modo da “saltare” la prossima legislatura che molti pensano avere vita breve, organizzando nel frattempo la rivincita successiva. Il nodo della leadership nel centrosinistra và risolto presto, perché un’alleanza, che non può essere una somma elettorale come quelle del centrodestra (con buona pace di Toti, presidente della Liguria), necessita di una visione condivisa il più possibile dei problemi e delle soluzioni da proporre; significa in ultima analisi, come già detto altre volte, rivedere, ri-aggiustare alcune leggi quali il Jobs Act, la Buona Scuola, che in gran parte ci hanno massacrato elettoralmente, alcune cose “serie” quale la tassazione sulla prima casa, ma soprattutto riproporre un’idea di Paese, quale ruolo giocare cioè nel Mediterraneo, con i cambiamenti in corso in Medio Oriente, in Politica Estera specie nei confronti di “nazioni emergenti” da tempo come la Cina, l’India, e in Europa, per arrivare al “come” restituire credibilità ed efficienza ad un Stato (l’Italia) che costringe ancora molti giovani a cercare adeguato lavoro e reddito in altre parti d’Europa e del mondo, ove evidentemente i loro titoli e le loro qualità vengono valorizzati e riconosciuti immediatamente! Questi dovrebbero essere i nodi su cui trovare una convergenza in termini di analisi e di proposte; ma temo che il dibattito circa la leadership rischia di far perdere di vista tali obiettivi e farci arrivare “ansanti” all’appuntamento elettorale (che potrebbe segnare una debacle per il Pd). La cultura del “passo indietro o di lato” dovrebbe far parte dell’habitus di un politico, specie se “statista”, il capire cioè quando la realtà chiama ad una lettura di essa che non si è più in grado di interpretare; di fronte a questo si può reagire in due modi: provare a giocarsi il tutto per tutto, nella convinzione che le sconfitte siano frutto di congiure più o meno preparate, o si prende atto di aver esaurito un tempo e ci si fà da parte. Renzi è legittimamente il Segretario del Pd dopo le “primarie” di aprile e per Statuto, in caso di vittoria elettorale, diventerebbe anche Primo Ministro; io credo che in generale sia da rivedere questa identificazione automatica dei ruoli perché si sta andando ormai, non solo in Italia, verso un eccesso di personalizzazione del potere, con le strutture dei partiti modellate ad immagine dei leaders di turno. Inevitabile, mi si dirà! In parte sì, il fatto però è che quando si è costretti a cambiare leadership, per il normale corso della politica, chi subentra viene visto da chi rimane della precedente maggioranza “come un intruso” (se vogliamo, è successo un po’ così anche a Renzi all’inizio…), alimentando voglie di immediata rivalsa. Credo che un dibattito del genere andrebbe comunque portato avanti, insieme ad una valutazione della crisi “della democrazia” quale sistema rappresentativo, ora percepito meno adeguato alla comprensione dei bisogni della gente, il che spiega l’elevato astensionismo non solo nostrano e l’emergere in Europa di fazioni estremistiche di destra. Per evitare (o quantomeno ridurre al minimo) il rischio di fratture interne bisognerebbe tornare ad un “partito di tutti”, certo con una maggioranza ed una minoranza, ma in modo che il successo eventualmente conseguito non sia solo appannaggio del leader e dei suoi accoliti, ma condiviso… Troppo semplicistico? Forse, ma temo proprio che il Pd oggi non sia certo così. Gianni Amendola

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