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Una promessa mantenuta con i cittadini

Il Governo e il PD contro la povertà

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martedì 24 aprile 2018

25 Aprile


25 APRILE 1945, Breve cronaca di quei giorni Memorabili

Aprile 1945, in Europa si combatte ancora su tutti i fronti, ma il Terzo Reich è ormai alle corde. Berlino è quasi accerchiata, stretta dall’avanzamento degli americani, da ovest, e dei sovietici, da est. Hitler è nel suo bunker. Parigi è libera da quasi un anno. In Italia, le truppe alleate avanzano verso nord, lentamente, in parte ancora bloccate sulla Linea Gotica.

In tutto il nord Italia, migliaia di partigiani, in città e sui monti, si stanno preparando all’offensiva finale. Il ventiduenne Italo Calvino, che si fa chiamare Santiago, combatte sulle colline vicino a Imperia, mentre Cesare Pavese si è nascosto nel Monferrato, e aspetta.

Martedì 24 aprile, alle 11 e 50 del mattino

Genova è insorta.

I tedeschi non si sono ancora arresi, anche se quasi tutti i centri di potere sono in mano ai partigiani delle squadre di azione patriottica (Sap) e alla popolazione, che si è unita alla lotta: il carcere di Marassi, il municipio, le centrali telefoniche, la prefettura, le case del fascio, persino la Casa dello studente, sede del comando delle Ss, sono già state prese.

La notizia dell’insurrezione arriva a Milano da una telefonata tra Corrado Franzi Direttore della filale della Banca Commerciale e un suo collega di Genova

Appena Franzi mette giù il telefono manda subito a chiamare Leo Valiani, membro del Partito d’Azione e del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (Clnai). Un’ora dopo, che Genova è insorta lo sanno anche Sandro Pertini, socialista, Emilio Sereni e Luigi Longo, entrambi comunisti. Sono i vertici del Cln Alta Italia.

Mentre i quattro decidono di proclamare lo sciopero generale e l’insurrezione per l’una di pomeriggio del giorno dopo, mercoledì 25 aprile. E’ Sandro Pertini a proclamarlo:

«Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra Fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i Tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire»

In quello stesso momento, a pochi chilometri di distanza una squadra di sappisti della 110^ brigata Garibaldi è già impegnata in uno scontro a fuoco con una pattuglia di repubblichini. L’insurrezione, anche a Milano, è cominciata.

Nelle stesse ore, a La Spezia, le truppe alleate entrano in città.

Intorno alle 7, a Torino comincia a girare un telegramma del Cln che inizia con una frase incomprensibile ai più: «Aldo dice ventisei per uno». È il segnale che in molti aspettavano. Ventisei sta per 26 aprile e una è l’ora decisa per l’inizio dei combattimenti, che però, in molte zone del nord Italia, sono già cominciati spontaneamente.

È arrivata la sera anche a Genova ,c’è un clima irreale, in moltissimi hanno una gran paura, per due ottimi motivi. Il primo è un comunicato del generale Meinhold, comandante delle forze tedesche, che ha minacciato di distruggere la città. Il secondo è una voce che gira parecchio e che attesta la presenza, sulle colline, di più di 60 pezzi di artiglieria pesante in mano ai tedeschi. È tutto vero, i pezzi di artiglieria ci sono, e sono 65, ma fortunatamente Meinhold non arriverà ad usarli.

Anche a Milano, in serata, la tensione è altissima. All’ospedale Niguarda, i partigiani stanno assaltando la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana per fare incetta di armi e munizioni e armare la popolazione. Alla Pirelli gli operai si asserragliano negli stabilimenti e preparano la resistenza del giorno dopo. L’ordine è difendere le fabbriche, a tutti i costi.

A Cuneo si è sparato tutto il giorno e ora, che è arrivata mezzanotte, la città è silenziosa.

Mercoledi 25 Aprile

Alle sei del mattino Leo Valiani ha un appuntamento con Mario Rollier in via Pergolesi. Deve consegnargli gli ordini di insurrezione, in modo che le faccia avere al più presto a Egidio Liberti, comandante delle brigate di Giustizia e libertà. Poco dopo, al numero 82 di viale Monte Nero, anche Lelio Basso e Corrado Bonfantini, del comando generale delle brigate Matteotti, fanno partire l’ordine di insurrezione alle formazioni cittadine.

Alle 8 a Milano In via Copernico, il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia è al gran completo. Devono ratificare tre decreti d’urgenza per assumere i poteri civili e militari, per amministrare la giustizia e per giudicare i gerarchi e i membri del governo fascista: la pena prevista è la morte. Contemporaneamente, lungo viale Campania, una colonna di partigiani e cittadini sta camminando in direzione di piazza Leonardo da Vinci. Sono in 340, in tutto hanno 5 fucili mitragliatori, 17 fucili automatici, 56 pistole e alcune bombe a mano. Nel giro di un’ora avranno occupato la sede del Politecnico.

A Genova, alle 10 meno venti, si arrendono i presidi tedeschi di Voltri e Prà. Poi, intorno alle 10, un gruppo di studenti universitari insieme a una decina di uomini delle Sap attacca l’altura di Granarolo, ancora presidiata dai tedeschi. L’obiettivo è prendere la stazione radio. Nello stesso momento, in un’ambulanza che viaggia a sirene spiegate, c’è un uomo con due lettere in tasca e l’ordine di consegnarle nelle mani del generale Gustav Meinhold. Quell’uomo, che si fa chiamare professor Stefano, è sul serio un professore, ma in realtà si chiama Carmine Romanzi, ha 32 anni, e nel dopoguerra diventerà Magnifico Rettore dell’Università di Genova, in via Balbi. Dentro quelle buste c’è l’ordine di resa per i tedeschi, senza condizioni.

Meinhold all’inizio si rifiuta e rinnova la minaccia di bombardare la città se non sarà concesso ai tedeschi di ritirarsi con le armi. Il professor Stefano non si scompone, lo guarda negli occhi e gli fa presente, con voce calma, che su tutte le vie di fuga dalla città troverà partigiani armati. Se vogliono possono provarci, gli dice, ma sarebbe un bagno di sangue. Il tedesco ha capito: non c’è più nulla da fare. Ci pensa qualche minuto, guarda fuori dalla finestra. Poi afferra la pistola, la estrae dal cinturone e la porge a Romanzi. Ha accettato i termini della resa, e quel gesto sancisce la sua promessa.

A Milano, nei locali dell’Arcivescovado il Cardinale Schuster è molto preoccupato. È convinto che la ribellione in atto in città porterà al potere i comunisti e vuole fare qualcosa per impedirlo. Sono circa le undici e mezza, piazza Duomo è deserta.

È l’una

È l’ora decisa dal Cln per lo sciopero generale e per l’inizio dell’insurrezione, che però è già cominciata. In quel momento, alla Innocenti di Lambrate, la 118^ Garibaldi prende possesso degli stabilimenti e arresta 15 repubblichini.

Nell’ambulanza che aveva portato fuori Genova Carmine Romanzi e le sue due lettere, il generale Meinhold viene scortato in città, dove un paio di ore dopo, alla presenza dei vertici del CLN genovese, firmerà la resa dei suoi: sarà il primo e unico atto di resa firmato durante la seconda guerra mondiale da un generale tedesco al cospetto di formazioni irregolari.

Sono le cinque del pomeriggio, In piazza Fontana, a Milano, è arrivato anche Benito Mussolini. Insieme a lui e al cardinale Schuster ci sono il generale Cadorna e i rappresentanti del Cln. A Mussolini viene intimata la resa incondizionata e gli viene annunciato che i tedeschi stanno già trattando. Lui prende tempo, dice di aver bisogno di un’ora, dopodichè tornerà a concludere le trattative. Schuster e gli altri sono d’accordo e lo lasciano andare. Scendendo le scale dell’Arcivescovado, Mussolini incrocia un uomo trafelato che sale di corsa, è Sandro Pertini, è armato, e non l’ha riconosciuto. Anni dopo, Pertini dichiarerà che, se lo avesse riconosciuto gli avrebbe sparato, senza indugi.

In Italia ormai sono le sette di sera ed è tutto molto concitato. Su Milano il cielo si annuvola e cade qualche goccia di pioggia. Mussolini non ha mantenuto la promessa e all’Arcivescovado non ci è tornato. Mentre a Genova il generale Meinhold sta per firmare la resa, Mussolini sta scappando verso nord, in direzione di Como, per poi cercare rifugio in Svizzera. Non ci arriverà mai.

A Torino non è ancora cominciato quasi niente, e alle 21 al comando delle forze partigiane arriva uno strano ordine americano: «non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro specifico ordine del Comando piazza». È l’ennesimo tentativo del colonnello John Melior Stevens, rappresentante degli Alleati, di non perdere il controllo sui partigiani comunisti. L’ordine viene ignorato.

Sono le dieci di sera, vicino a Busto Arsizio, in provincia di Varese, l’emittente radiofonica della Repubblica sociale italiana sta ancora trasmettendo, ma al posto del solito telegiornale va in onda un comunicato che inizia così: «L’Alto Milanese è liberato dai patrioti italiani!». È un comunicato partigiano, è il primo annuncio pubblico della liberazione.

A Genova è piena notte, i tedeschi fuori città si sono arresi, ma c’è ancora un gruppo, capitanato dal capitano di vascello Max Berninghaus, che non riconosce la resa firmata dal generale Meinhold e lo dichiara colpevole di alto tradimento. Si arrenderanno poche ore dopo. A Milano ci si sveglia con il suono di copi di armi automatiche, alle prime luci dell’alba, un commando della Guardia di finanza conquista la prefettura. Un paio d’ore dopo, Riccardo Lombardi, azionista, diventa prefetto di Milano, mentre, Antonio Greppi socialista, diventa sindaco.

Nella sede del Corriere della Sera, in via Solferino, Dino Buzzati sta battendo i tasti della sua macchina da scrivere: «Mentre andiamo in macchina — scrive — i combattimenti continuano. Nelle primissime ore di stamane i reparti partigiani hanno già occupato la Prefettura, la sede dell’Eiar, l’ufficio della Questura centrale e i commissariati di polizia». Poi mette un punto, tira fuori il foglio, rilegge e manda in tipografia.

Buzzati ha ragione, fuori si continua a sparare, truppe tedesche sono ancora trincerate nel collegio dei Martinitt di Lambrate, nella Casa dello studente di via Pascoli e nel palazzo dell’Aeronautica di piazza Novelli. Si arrenderanno solo all’arrivo delle colonne partigiane dell’Oltrepò Pavese, il 28 aprile. Quel pomeriggio a Genova circa seimila soldati tedeschi sfilano disarmati in via XX settembre, sotto i portici che costeggiano la strada, leggermente in salita, migliaia di genovesi assistono festanti a quella triste sfilata. In molti si rendono conto, per la prima volta, che maggio è vicino e che tra un po’ si andrà al mare.

giovedì 19 aprile 2018

25 Aprile 2018


73 anni di libertà grazie alla lotta partigiana di liberazione contro il fascismo.

OSSERVATORIO APRILE 2018



L’OSSERVATORIO.                

Con la crisi siriana e il non trascurabile rischio di una guerra alle porte di casa, si continua ancora nell’incertezza per la formazione del nuovo Governo, i cui protagonisti principali vorrebbero ancora dilazionarne i tempi, legando le rispettive prove di forza (Salvini verso Berlusconi, Di Maio verso Salvini) agli esiti delle Regionali del Molise e del Friuli del 22 e 29 prossimi. Ma la situazione in Medio Oriente ha indotto Mattarella a sottolineare, nei suoi colloqui, che resta centrale il problema della collocazione italiana nello scacchiere internazionale, in quanto sia Salvini, in modo più esplicito, sia Di Maio, ora in forma più ovattata, non hanno mancato mai fino a ieri di esprimere una certa inclinazione politica per Putin, pur se ora Giggino, che vuole sempre dare l’idea di essere “rassicurante”, si è espresso a favore della NATO, scatenando l’ira della consistente ala “filo-russa” del Movimento. Se si alleassero Salvini e Di Maio quale la prossima politica estera dell’Italia? Meraviglia al riguardo (permettetemi una battuta) come Casaleggio junior, vero e proprio padrone dei “5 Stelle”, non abbia ancora proposto un sondaggio on line tra gli iscritti alla piattaforma Rousseau per vagliare l’orientamento della base e quindi far decidere, con un “click”, la collocazione internazionale del futuro Esecutivo..; il vero problema però è che non sanno nemmeno loro cosa dire e fare, salvo generiche affermazioni e richiami alle vie diplomatiche. Salvini, sempre spiccio nei modi e nelle affermazioni, ha persin dichiarato che non si è sicuri dell’uso di armi chimiche in Siria; a parte questi “trascurabili” dettagli, la formazione del nuovo Governo è partita tutt’altro che risolta e il feeling tra Lega e “5 Stelle” è servito finora ad far occupare tutti i posti disponibili nelle due Camere, dalle Presidenze ai “questori”, escludendo il Pd, quasi a mettere in sicurezza un accordo che sembrava vicino. Perché ciò che a mio avviso ostacola veramente un accordo non è solo il “problema Berlusconi”, ed ora anche la posizione “pro Putin” di Salvini, ma il “personalismo” di Di Maio, per il quale il non sedersi a Palazzo Chigi equivarrebbe ad una sconfitta; del resto continua a ribadirlo: lui vuole diventare il presidente del Consiglio, in quanto, come ha detto chiaramente, è da oltre un anno che sta preparandosi per questo ruolo, quindi nessuno può impedirglielo (!). Mentre infatti Salvini ha già detto da tempo che potrebbe fare un passo indietro circa il Premierato, le stesse parole Di Maio non le ha mai pronunciate. Il richiamo ai voti ricevuti è sì argomento importante, ma non decisivo, perché in Italia, specie col proporzionale (sistema che i Cinquestelle in passato han sempre sostenuto!), pur esprimendosi il voto al partito (o alla coalizione), non “necessariamente” vuol dire che quel Segretario diventerà Capo di Governo; costituzionalmente non c’è nulla di scorretto in ciò! Sembra davvero di rivedere e risentire, oggi nel Movimento pentastellato, parole e atteggiamenti di Forza Italia nei “tempi d’oro”, quando tutti all’unisono lodavano Berlusconi come leader inarrivabile, l’unico in grado di parlare al Paese, anche per le Coppe e gli scudetti vinti a suo tempo dal Milan (!), che doveva governare perché “eletto dal popolo”, non dovendo quindi tollerare interferenze da altri organi dello Stato (Presidenza della Repubblica, Magistratura…) in quanto non legittimati dal popolo; la stessa cosa sta capitando al partito della “Casaleggio associati”, nel quale c’è una forte connotazione settaria per cui il Capo non si discute né può essere discusso da nessuno, avversari politici compresi. Tra l’altro, se non fosse Giggino ad occupare la poltrona di Primo Ministro non avrebbero altre figure spendibili, a parte Fico, inviso però allo stesso Di Maio (ammenocchè non ricorrano a Crimi, alla Taverna, a Toninelli…lascio al commento personale di ognuno..). Esiste a mio avviso però una ragione più profonda di questo atteggiamento dei “5 Stelle”: la concezione sacrale che loro hanno della “rete”, per cui il “nominato” on line diventa l’incarnazione (una sorta di “Inviato”) della volontà dei “cittadini” (che poi per Di Maio siano stati appena più di 400 voti questo poco importa) e se questo Capo non fosse immediatamente riconosciuto anche dagli altri quale Premier vuol dire che è la “Politica” (cioè la ricerca del compromesso più alto, la possibilità di confrontarsi e mediare..) ad essere sbagliata, una cosa dunque inaccettabile, in quanto l’esito (il mancato ruolo di Premier) non sarebbe quello previsto e “sacralmente sancito” dal voto della rete. Ciò introduce nel confronto politico un elemento di irriducibilità che complica ancor più una situazione già di per sé complessa, caratterizzata da due schieramenti “non vincitori” che si comportano (i Cinquestelle di più) come se avessero conseguito il 51%. Cosa proporrà ora il Presidente Mattarella non possiamo saperlo; potremmo aspettarci forse, invece di un mandato esplorativo, l’individuazione sollecita (i tempi stringono) di una figura “istituzionale” (non necessariamente i Presidenti delle Camere), condivisa il più possibile da Lega e Movimento, che sulla base di alcuni ma fondamentali “punti programmatici” comporrà, tenendo conto delle indicazioni dei partiti coinvolti, una squadra di Governo che dovrà durare almeno un anno...Vedremo..

La situazione del Pd.

Il contesto politico attuale non può prevedere un’immobilità, un arroccamento, un “vediamo come se la cavano” del nostro partito, anche se sembra che qualcosa stia muovendosi. Sì, è vero, il Pd non ha vinto, anzi ha perso e “di brutto”, ma ciò non toglie che un “Aventino politico” non è produttivo perché si dà l’idea di una compagine politica che nell’immobilità cerca di evitare l’implosione, cosa che potrebbe avvenire se optasse per una entrata in gioco più incisiva. Abbiamo già detto che la situazione interna è molto seria e non si sta dando peraltro una “bella immagine” con lo spostamento dell’Assemblea Nazionale e con le difficoltà che si vogliono opporre a Martina, attuale reggente, reo di aver ipotizzato aperture al dialogo con le altre forze politiche per la formazione del Governo. Continuo a ribadire che al momento il Pd non è in grado di esprimere un cambio di linea politica e quindi un candidato “nuovo”, necessari dopo la batosta elettorale; son troppi i risentimenti, i sospetti reciproci, i veti incrociati, ma soprattutto c’è l’assurdo di un Segretario dimissionario di fatto “non dimesso” che vuole gestire l’attuale fase politica per mantenere il controllo del partito, senza però un confronto interno, una riflessione autocritica circa le cause del tracollo elettorale…Nulla di nulla…Tale immobilità rischia di trasferirsi nei Circoli periferici, spesso “impossibilitati” o incapaci di prendere un’iniziativa, di stimolare un confronto interno produttivo, perché nell’attesa che si sblocchi la situazione da Roma. Sarebbe opportuno invece confrontarsi “in modo operativo” su come riallacciare i rapporti con quel mondo “di sinistra” che ha girato le spalle al Pd; questo si può e si dovrebbe fare, pur se il timore di alcuni è che in questa fase di stallo e di incertezza politica certe iniziative possano far saltare equilibri interni, scompaginare maggioranze e tutto possa essere rimesso in discussione, riaprendo una nuova stagione. Io credo che proprio dai Circoli, con uno stimolo continuo verso la Dirigenza nazionale, debba partire la “riscossa”, ma a volte (o molto spesso) sembra che nulla si faccia o si muova solo per capire solo come riposizionarsi, per mantenere ruoli e posizioni. Torno a dire che è auspicabile che la fase congressuale (perché un congresso rifondativo andrà fatto, altrimenti finisce il Pd) sia accompagnata da proposte provenienti da gente “di area” nel campo dell’Economia, della Scuola, della Sanità, del mondo sindacale e delle rappresentanze, dal mondo del Volontariato, al fine di ridisegnare un profilo più nuovo ed incisivo (non che manchino all’interno del partito figure in grado di far questo, ma se ci si guarda con sospetto, se si studiano le mosse di Tizio o Caio per capire dove si collocherà non si realizzerà mai un confronto del genere, che potrà nascere solo dagli “esterni”). A tal fine, a sancire il tutto, un Segretario al fuori dagli attuali schemi e risentimenti e da veti incrociati, una figura “libera” con ampio mandato riformatore (ecco perché ho fatto il nome di Fabrizio Barca, ma potrebbero essercene altri, compreso Zingaretti che avrebbe però il problema di conciliare due ruoli importanti, in quanto Presidente della Regione Lazio). Anche a livello locale si può metter su un “think tank”, individuando persone che ancora sperano in un serio rinnovamento del partito ed iniziare pertanto un confronto sicuramente proficuo. Chi ci sta a far questo ora nel Pd astigiano? Le risposte sono attese.

Gianni Amendola

17/4/2018

lunedì 16 aprile 2018

DOCUMENTO RIASSUNTIVO DELLA DISCUSSIONE POLITICA SUL RISULTATO DELLE ELEZIONI DEL 4 MARZO 2018


Carissimi amici,
Con il seguente documento riteniamo, nel nostro piccolo, di dare un contributo alla discussione politica post – elettorale.
Cordiali saluti.
Il Coordinatore del Circolo di Asti
Mario Mortara
Circolo Pd Asti
Assemblea degli Iscritti di venerdì 16 marzo 2018
DOCUMENTO RIASSUNTIVO DELLA DISCUSSIONE POLITICA SUL RISULTATO DELLE ELEZIONI DEL 4 MARZO 2018 da estendere alle Direzioni Provinciali, Regionali e Nazionali.
Il risultato elettorale è stato molto negativo; una sconfitta inappellabile che apre inevitabilmente un percorso, di ripensamento, rifondazione e ripartenza del nostro partito.
In linea a quanto sta succedendo in tutto il mondo occidentale hanno prevalso le forze politiche con marcate tinte identitarie e con forte vocazione populista, che hanno cavalcato le paure degli italiani
proponendo ricette in gran parte non realizzabili. Fallisce anche il tentativo di proporre
un’alternativa “più a sinistra” del PD, che era alla base della scissione che si è verificata nel partito.
Se un partito come il nostro fondato su valori, ideali, principi universalmente riconosciuti, passa in
pochi anni dal 40% al 19%, dopo aver governato bene in un periodo di profonda crisi economica, è
perché è in atto un profondo stravolgimento della società, tanto da mettere in discussione le
consolidate ideologia di destra e sinistra sostituite con contrapposizioni, sovranisti/europeisti o
conservatori/riformatori. La maggioranza degli elettori ha visto nella Lega e nel M5S la via d’uscita
facile al soddisfacimento dei propri bisogni, attribuendo la responsabilità della crisi nazionale al Pd
e pertanto targandolo come un partito da rottamare e da sostituire con forze nuove. Sui candidati
delle forze politiche più votate si sono sentite tante affermazioni del tipo “sono giovani…puliti…
mettiamoli alla prova…tanto non abbiamo niente da perdere”.
Ciò non deve però indurci a NON fare una profonda riflessione sulla nostra proposta politica e per
questo abbiamo ritenuto giusto e democratico avviare un dibattito all’interno del nostro circolo e
trasmetterne i contenuti agli Organi del Partito.
La discussione in Assemblea è stata molto articolata e appassionata; sono emerse molte opinioni
sulle motivazioni della sconfitta che di seguito si riassumono:
- Dato il sistema elettorale era legittimo aspettarsi che i candidati del territorio conferissero un
valore aggiunto. Se questo in parte è vero per il nostro collegio dove il PD ha conseguito un
risultato migliore del dato nazionale ( ma non cosi determinate da consentire l’elezione di un
rappresentante del territorio) l’analisi del voto ci dice invece che hanno prevalso le logiche
Nazionali. Abbiamo fatto banchetti, incontri, diffuso capillarmente il nostro programma; i
nostri candidati all’uninominale erano persone stimate e molto conosciute per avere ben
operato nella loro esperienza politica; Angela Motta, che ringraziamo, si è spesa in decine di
incontri sul territorio proponendo ai cittadini un “patto” per portare le istanze del territorio al
governo Nazionale, eppure hanno prevalso candidati semi- sconosciuti.
- Il voto rileva una rivolta di consistenti masse di elettori contro i ‘vecchi’ partiti, colpevoli
( per quegli elettori) di non aver risolto problemi ormai annosi quali l’immigrazione, la
sicurezza, il lavoro, il futuro dei giovani, spesso costretti a emigrare. La polarizzazione del
voto (al nord Lega e al sud M5S) indicherebbe un diverso atteggiamento ‘geografico’
dell’elettorato, rivolto nel nord industrializzato a chiedere protezione dal mercato globale e
dai rischi derivanti dall’immigrazione incontrollata, e nel sud una vera e propria rivolta
contro le classi dominanti locali e nazionali di tutti i partiti, e la richiesta di assistenza
(salario di garanzia) indice di sfiducia nella capacità della politica di rispondere ai problemi
da tempo sul tappeto.
- Il Pd, in questa tornata elettorale, è stato vissuto come rappresentante dell’élite di potere,
dunque responsabile di un presente insoddisfacente che va superato.
- Il voto del 4 marzo rappresenta una ‘mozione di sfiducia’ nella politica tradizionale e al
contempo della ricerca di nuovi protagonisti.
- Una parte considerevole del corpo elettorale si orienta non leggendo i programmi, ma
vedendo TV e frequentando i social. Lega e M5S si sono dimostrati molto efficaci a
comunicare. Gran parte dell’informazione ha avuto un atteggiamento largamente
antigovernativo che ha influenzato, negativamente per il Pd, l’elettorato. Va detto però che
comunicare un progetto a medio/lungo termine e la visione per il paese che noi abbiamo
(unico partito ad averla) è ben più difficile che farlo con slogan semplicisti che parlano alla
“pancia” degli elettori.
- Per troppo tempo sono state sottovalutate le fake news ed è stato un errore non aver
approvato una legge di contrasto alle stesse. Non siamo riusciti a comunicare efficacemente
gli ottimi risultati ottenuti dai nostri governi in tema di lavoro e diritti.
- Le divisioni interne, le contrapposizioni tra correnti hanno rappresentato un fattore di
debolezza.
- Il radicamento nei centri storici e la perdita di elettori nelle periferie ci dicono che troppo
poco è stato fatto nei confronti dei ceti più deboli.
La totalità dei presenti ha indicato nell’opposizione l’unica scelta possibile per il PD e per un
periodo non breve, al fine di rielaborare strategia politica ed efficaci strumenti di presenza e
di azione nella società civile.
Abbiamo individuato fra le priorità assolute i problemi del lavoro, della povertà dei ceti più deboli,
così come riteniamo fondamentale cercare un rinnovato dialogo con la gente per ascoltarne
esigenze, bisogni, aspettative, preoccupazioni.
Non dobbiamo rinunciare ai nostri principi per inseguire i populisti, dobbiamo continuare a batterci
pei i diritti, contro ogni forma di delinquenza e di corruzione, per meritocrazia, contro i privilegi,
per sane politiche sulla crescita, perseverando nell’obiettivo di costruire una società, moderna e
giusta.
Dobbiamo batterci contro i populismi anche rimettendo al centro della vita pubblica i cittadini,
agevolandone la partecipazione nella costruzione delle riforme.
Per concludere tutti gli iscritti del Circolo Pd di Asti tutti hanno infine convenuto sulla necessità e
l’urgenza di avviare dalla base una riflessione autentica, libera, partecipata e ascoltata dai vertici del
partito, senza timore di esprimere posizioni anche diverse (ma nel merito e non fra ‘correnti’
cristallizzate), fra le quali fare poi sintesi in sede congressuale.
Si vuole insomma un congresso, quando questo si farà, fondato non sulla ‘conta’ ma su un dibattito
vero e aperto anche a personalità e “intelligenze” non iscritte ma organiche alla nostra area politica,
dal quale deve uscire una nuova idea di partito per il rilancio della sinistra e delle forze progressiste
in Italia.
Pertanto, l’Assemblea chiede al PD Provinciale di farsi carico della richiesta di un dibattito aperto e
franco a tutti i livelli, anche stimolando le altre federazioni provinciali del Piemonte e il PD
regionale.
Per parte sua, la Segreteria cittadina invierà il presente verbale agli Organi politici Nazionali e alle
strutture omologhe delle altre province piemontesi.
Il Circolo Cittadino di Asti
Asti, 5.4.2017

lunedì 9 aprile 2018

Lettera di Maurizio Martina al direttore de La Repubblica



Caro direttore,
nessuno a sinistra, nel campo democratico e progressista, può sottovalutare e liquidare la portata del cambiamento prodotto dai cittadini il 4 marzo. Penso che dobbiamo fare i conti fino in fondo con la cesura radicale che si è realizzata tra le culture fondative della nostra Repubblica e il Paese.

Siamo a un cambio di scenario anche in Italia e il destino del Partito Democratico è legato alla sua capacità di proporre un’analisi profonda e una reazione conseguente all’altezza del tempo che abbiamo davanti a noi. Ovunque nel mondo la destra ha cambiato pelle nella seconda stagione della globalizzazione.

La sinistra è rimasta ferma

Da ultra liberista è diventata paladina dell’ideologia della chiusura, dando così l’impressione di rispondere in particolare alle domande di protezione di larga parte dei cittadini più fragili. Al cambiamento del capitalismo globale ha fatto seguire una nuova proposta ideologica e politica. E la sinistra? È rimasta ferma.

Ha continuato ovunque a professare la società aperta faticando sempre di più a porsi il problema degli ultimi. Faticando a riconoscere le frontiere dei bisogni generati da cambiamenti che ovunque hanno fatto emergere paure e solitudini. Il presente imprigiona, il futuro spaventa.

E dentro questa perdita d’orizzonte si consuma la crisi di senso della sinistra. L’allargamento della forbice delle diseguaglianze, in Italia come in occidente, ha prodotto smottamenti che hanno messo in discussione interi territori e figure sociali di riferimento un tempo pilastri essenziali del Paese.

Una domanda di rinnovamento della politica

A ciò si aggiunga la fatica della responsabilità di governo anche quando si sono compiute importanti scelte di avanzamento dei diritti e riforme economiche e sociali necessarie. E limiti ed errori compiuti in primo luogo al Sud, dove i cittadini hanno prevalentemente votato “contro” di noi per esprimere una domanda radicale di rinnovamento della politica.

Penso che per ripartire serva una nuova prospettiva democratica in grado prima di tutto di rimettere al centro del nostro impegno l’urgenza di un valore antico ma quanto mai attuale: la giustizia. Ci sono battaglie da condurre e sono sfide di giustizia.

Che si tratti delle donne ancora sottopagate nei loro lavori e nella loro fatica di conciliazione coi tempi di vita, che si ascoltino le voci di tanti giovani del mezzogiorno senza prospettive e certezze, che si pensi a lavoratori e disoccupati a cui garantire concretamente protezione e reddito con strumenti realmente universalistici o che si affronti il futuro delle periferie urbane dove è più evidente il bisogno di costruire integrazione e sicurezza nella piena cittadinanza.

Organizzare una nuova risposta ai bisogni di protezione dei cittadini

Credo, come altri, che abbiamo bisogno di organizzare una nuova risposta ai bisogni di protezione dei cittadini. L’alternativa all’individualismo e alla chiusura torna ad essere la comunità. E dunque un nuovo contratto sociale capace di proteggere e promuovere.

In grado di riconoscere il “valore condiviso“, il mutualismo e i cittadini come protagonisti attivi e non solo come consumatori (anche delle istituzioni e della politica). Si tratta di realizzare un vero cambio di prospettiva prendendo certamente anche il buono che abbiamo seminato in questi anni c’è e va riconosciuto.

Rimettere al centro la giustizia sociale e il senso di comunità

Rimettere al centro la giustizia sociale, rispondere ai bisogni con una idea forte di comunità, dare forma a nuovi diritti ma anche a nuovi doveri e responsabilità.

Affrontare la questione ineludibile della sostenibilità integrale dello sviluppo a partire dalla sua svolta ecologica.

Sostenere il rinnovamento della democrazia rappresentativa

E riproporsi come il soggetto capace di sostenere con coraggio il rinnovamento della democrazia rappresentativa, la riforma delle sue istituzioni per garantirne un corretto funzionamento verso personefamiglie e imprese e nuove pratiche di partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche.

Dunque, un’idea di società, più che un menù di promesse. Una prospettiva e una speranza possibile per il futuro, più che un semplice programma.

Europa: alternativa al populismo e ai ripiegamenti nazionalisti

Un impegno da collocare dentro una chiara scelta di campo europeista, perché proprio l’Europa dovrà essere lo spazio di cittadinanza fondamentale per questa svolta, pena la sua definitiva decadenza. Anche per questo le prossime elezioni europee 2019 saranno un banco di prova essenziale per l’alternativa progressista ai ripiegamenti nazionalisti e ai populismi autoritari.

Il Partito Democratico deve ritrovare la missione del cambiamento del Paese

Lavoro perché il Partito Democratico sia capace di offrire a tanti questa proposta d’impegno. Siamo nati come il partito del cambiamento del Paese; dobbiamo ritrovare le nostre ragioni ripartendo esattamente da questa missione.

Allargare il campo e superare vecchi e nuovi conflitti

Ed è giusto, anzi necessario, che questo sforzo attraversi il PD ma vada anche oltre. C’è da allargare il campo e da superare vecchi e nuovi conflitti. C’è da chiedere un passo avanti a tante energie pronte a dare una mano e figlie di esperienze forti in campo sociale, culturale, associativo.

“Il mare calmo non ha mai fatto buoni marinai” mi ha detto un caro amico e compagno. Ha ragione. Ora il mare non è certo calmo ma proprio per questo vale la pena di navigare insieme. E solo insieme prendere la rotta giusta

venerdì 30 marzo 2018

OSSERVATORIO MARZO - 3


L’OSSERVATORIO di Gianni Amendola.            

Debbo dire, per quanto il contenuto possa anche essere apprezzato, di aver provato un certo fastidio nell’udire il neo Presidente della Camera Fico parlare, oltre che della sua rinuncia all’indennità di ruolo, del taglio dei vitalizi e dei privilegi dei parlamentari, come pure nel vedere le sue foto su un mezzo pubblico usato per recarsi a Montecitorio e nel leggere del suo rientro a Napoli, dopo la nomina, in treno, in II° classe. Fastidio perché innanzitutto certe cose si fanno in silenzio, non strombazzate, altrimenti sembrano voler dire ”guardate come siamo bravi, ora che siamo arrivati noi” quale spot elettorale per il Movimento, poi perché si continua in tal modo a diffondere l’idea che la politica sia fatta soprattutto da opportunisti, da gente che cambia casacca per vile interesse o che cerca di arricchirsi alle spalle del popolo, costretto invece a stringere la cinghia. Ora, è ben vero che, specie nell’ultimo ventennio, una buona parte di queste cose si siano ahinoi verificate, ma è altrettanto vero che la politica, vissuta come un “sacerdozio”, richiede adeguato riconoscimento (oltre che preparazione e competenze, per cui occorre una selezione delle persone attenta, corretta e trasparente). Certo, si può rinunciare all’auto blu (non come Di Battista, nemmeno più onorevole, visto entrare in un “park” riservato della Camera e scenderne, cosa prontamente riferita dall’on. Crosetto di FdI, poi coperto di insulti sul web dai dimaini!), come pure ai biglietti scontati, se non gratuiti, per spettacoli, manifestazioni sportive e quant’altro, o di servirsi di mezzi di trasporto statali (auto, aerei…) per andarsene in vacanza con la famiglia, al di fuori quindi da impegni istituzionali; non avere tali privilegi è doveroso, ma è altrettanto giusto riconoscere che nella precedente Legislatura è stato fatto molto in termini di tagli nelle indennità dei Presidenti dei Due Rami e anche per i vitalizi e benefit… Si può pertanto già facilmente ironizzare ricordando, come il Sole 24 Ore, che l’on. Fico abbia usato i mezzi pubblici molto poco per i suoi spostamenti, nel quinquennio politico appena concluso, e che le sue spese per i taxi siano state cospicue e se in altri Paesi è frequente vedere politici sul tram o sui “bus”, magari (chissà) percependo ugualmente le loro indennità anche in Italia abbiamo visto Rutelli in motorino, Monti con trolley sull’Eurostar, la Boldrini a piedi verso Montecitorio…; ma si entrerebbe in una polemica che distoglierebbe dal senso vero dei gesti di Fico, vale a dire il piazzare (i Cinquestelle) le proprie “bandierine identitarie” per gratificare il popolo che ha votato, al fine di un imminente possibile nuovo dividendo elettorale, fra 1-2 anni, ipotesi tutt’altro che campata in aria. Perché quel che il Movimento non ha mai chiarito (e che forse non è in grado di chiarire) è che un conto sono gli “scalpi” dei politici (vitalizi, privilegi, immunità…), un conto è un “programma di Governo” che presuppone un’idea di Paese. Non basta dire di abolire la Fornero o di modificarla (certo), ma quale nuova organizzazione di lavoro si vuole (più privato, più statale, più cooperativo..)? E come allora affrontare il tema delle pensioni, in modo che non siano i giovani a “pagarle” agli anziani? E ancora: dove e come riconoscere incentivi a chi assume ed a chi lavora o quale sussidio salvaguardare (di inclusione o per l’entrata nel mondo lavorativo o “a pioggia” per tutti)? Quali investimenti industriali? Liberarci dell’acciaio o investire in produzioni “eco-compatibili”? E in un Paese come il nostro ricco di arte quale Scuola si vuole, quali programmi (non basta dire “eliminiamo la 107”, che ha peraltro ha creato una frattura tra i Docenti ed il Pd), come rinnovare le Università, rendendole competitive e più "attrattive" rispetto a quelle estere? Quale riforma fiscale (tema su cui i Cinquestelle, e non solo, hanno vistosamente latitato), dato che il debito pubblico che ci trasciniamo e per il quale paghiamo gli interessi deriva in buona parte dall’evasione? E come recuperarla? Anche retroattivamente, a partire dai più recenti condoni? O no, per non mettere in difficoltà “qualcuno”?….E’ facile dire aboliamo i privilegi degli onorevoli” per avere il plauso soddisfatto delle folle.. Ma il Paese?

mercoledì 28 marzo 2018

Resoconto della “maratona” sul Bilancio di Previsione 2018-2020 del Comune di Asti


Dopo un lungo ed attento lavoro di analisi della pratica di Bilancio, fatto in particolare da Luciano Sutera (Presidente della Commissione Bilancio), Maria Ferlisi e Giuseppe Dolce, con il fondamentale supporto di Fabrizio Brignolo, Alberto Ghigo, Marta Parodi e Piero Vercelli, abbiamo presentato 14 emendamenti che avevano come obiettivo principale quello di evitare gli aumenti delle tariffe di abbonamenti autobus e parcheggi, mense, biglietti del Palio; oltre che di ripristinare i capitoli vuoti da destinare alla manutenzione delle scuole e al rifacimento del marciapiede di Quarto.

Abbiamo fatto una conferenza stampa di presentazione degli emendamenti durante la campagna elettorale ed abbiamo continuato a volantinare ed informare la città su quanto stava succedendo.

I consigli comunali sono stati convocati per il 19, 20, 21, 22, 23, 26 e 27 marzo.

Io e Luciano abbiamo incontrato dirigente del settore e collegio dei revisori per avere un quadro più completo di quanto stava avvenendo.

Questo ci ha consentito di porre due pregiudiziali nella prima seduta di consiglio:

  • la prima sul non rispetto, da Regolamento comunale, dei 5 giorni necessari dall’approvazione della Delibera da parte della Giunta per la convocazione del consiglio comunale. Pregiudiziale che è stata bocciata dalla maggioranza.
  • la seconda consisteva nella domanda al Segretario generale, Dr. Formichella, rispetto alle affermazioni rilasciate ad organi di stampa in cui affermava che il Comune di Asti era in “pre-dissesto” e che la responsabilità era dell’amministrazione precedente che aveva lasciato “buchi di bilancio”.

Circostanza smentita in aula dall’interessato, in modo chiaro.

Nella prima seduta di bilancio la minoranza dopo aver posto tre pregiudiziali (oltre a quelle del PD, infatti, Angela Quaglia ha chiesto di attendere la relazione del consulente incaricato di fare le verifiche su Asp), tutte respinte, ha chiesto una sospensione del consiglio e di potersi riunire. Da questo incontro è emersa la volontà di dare mandato ai legali per verificare la sussistenza delle condizioni per un ricorso al Tar per il non rispetto del regolamento e di rientrare in aula richiedendo a Sindaco e Giunta di relazionare sul Bilancio.

Purtroppo dopo la lettura delle scarne paginette sulla “Relazione al Bilancio” scritte dall’Assessore Berzano, assente per malattia, nessun componente della Giunta è intervenuto e si è conclusa la seduta.

Nel secondo e terzo giorno ci sono stati gli interventi di minoranza. Per il nostro gruppo sono intervenuta io come capogruppo, con una relazione durata più di un’ora, in cui ho contestato nel merito ogni dichiarazione scritta da Berzano, anche grazie a quanto contenuto nel parere dei Revisori, poi a seguire i colleghi Sutera e Ferlisi.

Il quarto giorno ci sono stati gli interventi della Giunta e della maggioranza, a nostro parere molto deludenti e non significativi.

Il quinto giorno la discussione degli emendamenti e la relativa votazione. A questo proposito è stato accettato ed approvato il nostro emendamento che prevedeva lo stanziamento di 20 mila euro sulla disabilità (ad integrazione del progetto Vita Indipendente), invece l’emendamento di 280 mila euro per la manutenzione delle scuole e di 120 mila euro per il marciapiede di Quarto, è stato trasformato in OdG che impegna la Giunta a trovare le risorse disponibili per queste opere.

Il sesto giorno le dichiarazioni di voto e il voto negativo da parte delle minoranze sul Bilancio, preceduto da una conferenza stampa convocata prima del consiglio per informare gli organi di stampa assenti per tutte le sedute consiliari.

Ritengo che sia stato fatto nel complesso un buon lavoro, che ha dato visibilità al PD attraverso l’azione dei suoi consiglieri.

Ricordo che molti militanti si sono iscritti e partecipano alle commissioni consiliari permanenti e questo ci consente di avere un quadro attento sulle pratiche in discussione e che c’è un buon clima tra i gruppi di minoranza che regolarmente si coordinano e lavorano, pur mantenendo la propria identità, per essere più incisivi nel contrastare questa maggioranza ottusa, poco democratica e senza visione.

Angela Motta

domenica 25 marzo 2018

OSSERVATORIO POST ELEZIONI


L’OSSERVATORIO di Gianni Amendola.

A mente fredda, dopo la batosta elettorale subita, bisogna che il partito ritrovi la sua ragione d’esistere, prendendo coscienza che una stagione è finita e che è necessario aprirne un’altra. E questa “nuova stagione” non potrà prescindere da un lato da un cambio di strategia e di metodo politico, rivalutando il carattere plurale del Pd, con una leadership che sia sintesi riconosciuta da tutti e non più stile “uomo solo al comando”, dall’altro da una rimotivazione “culturale” che porti a ri-scoprire e a ri-assaporare i valori della sinistra (solidarietà, difesa e garanzie per i più deboli, integrazione, tutela del lavoro e dell’ambiente, equità fiscale, difesa dello Stato sociale, Scuola e Sanità come servizi pubblici essenziali …), non solo come enunciati e slogan accattivanti, ma quali proposte politiche e legislative tali da incidere profondamente nella “carne” del Paese. Un partito che torni a stare dove è più acuta la sofferenza ed il disagio sociale (periferie, fabbriche in chiusura…); le elezioni hanno dimostrato che si è perso proprio nei “luoghi” tipici della sinistra, con un voto andato al Sud in maggioranza ai “5 Stelle”, al Nord alla Lega di Salvini, i quali non hanno offerto vere soluzioni, al di là della propaganda, ma hanno cavalcato (e bene) lo scontento della gente, “portandolo” direttamente in Parlamento. Non è solo quindi per il reddito di cittadinanza che il Meridione italiano ha votato in massa per Di Maio e accoliti (o, come al di sopra di Firenze, per la “flat tax”), quanto perché stanco e deluso da una classe dirigente spesso autoreferenziale, autoperpetuantesi, a volte familistica, non in grado di risolvere i problemi, per la quale il Pd ha avuto tolleranza se non addirittura identificazione; la gente allora ha scelto chi esprimeva con le sue stesse parole il proprio malcontento, promettendo un radicale cambiamento (senza farsi troppe domande su coperture economiche o sull’Europa che controlla…) e senza badare “in loco” alla “credibilità” del candidato proposto, quanto al “brand” di chi lo proponeva. Ora, allo stato attuale, è difficile dire come evolverà la situazione politica; certo è che l’ipotesi di un governo con i “5 Stelle” potrà essere accettata solo a determinate condizioni, alcune della quali sono già state ipotizzate, vale a dire riconoscimento dello “ius soli”, accoglienza e piani di integrazione, coperture economiche garantite circa il reddito di cittadinanza, riforma elettorale seria, con ragionevole premio di maggioranza ed a doppio turno (visto che ci sono ormai 3 “poli), cui aggiungerei il rispetto delle norme sui partiti deliberate dal Parlamento, su cui il Movimento si era astenuto, in quanto loro sono un tutt’uno con un’azienda privata (la Casaleggio Associati), di cui sarebbe opportuno conoscere, per la trasparenza, quali fonti di finanziamento abbia, al di là dei 300 Euro che i parlamentari pentastellati debbono versarle mensilmente.. Su queste basi un’eventuale alleanza coi Cinquestelle potrà essere fruttuosa per il Paese e non disdicevole per il Pd ed avrebbe il merito di “stanare” Di Maio e company, visto che il diniego verso queste condizioni (che volendo potrebbero accettare, a parte l’ultima forse) ricadrebbe interamente su di loro. Ma per far ciò occorre un Pd motivato, che abbia già trovato una strada su cui ricominciare a correre, anche se per ora sembra il contrario: c’è risentimento, voglia di rivincita, tentazione (forse) di spaccare il partito portando una parte di esso a sostenere un governo di centrodestra o un “Aventino” ad oltranza, quasi che tutto il Pd dovesse pagare interamente il prezzo del tracollo elettorale; soprattutto voglia di impedire che si formi una robusta maggioranza interna che metta da parte quella finora vincente. Ecco perché nel precedente “Osservatorio” avanzavo per la Segreteria nazionale l’idea di una persona come Fabrizio Barca (ma ce ne sarebbero anche altri), una figura cioè fuori dalle attuali alchimie e dai reciproci risentimenti, che potrebbe mettere tutti (o quasi) d’accordo, a condizione che gli sia dia ampi poteri di indirizzo, per muoversi in un’ottica unitaria “non di facciata” e soprattutto sia proposto da un’ampia fetta di partito (e che lui acconsenta)… Zingaretti sarebbe eccellente scelta, ma il rischio è che il doppio incarico di Presidente della Regione Lazio e di leader di partito possa nuocergli politicamente. I “5 Stelle” accetteranno però di farsi condizionare, avendo vinto le elezioni? Il fatto è che Di Maio si comporta come se avesse il 51%, dimenticando che il sistema con cui si è votato è sostanzialmente proporzionale non maggioritario come il precedente, per cui chi vinceva “si prendeva tutto” (ammesso e non concesso che fosse giusta questa deriva da “spoil system”); anche i paletti posti circa l’impresentabilità dei possibili candidati del Centrodestra alle Presidenze delle Camere, Calderoli e Romani, sanno molto di “superiorità”, di chi si sente cioè non solo in grado per i voti ricevuti, ma depositario di un potere d’interdizione che altri non possono avere. Io resto ancora dell’opinione, dopo il risultato elettorale ampiamente previsto, anche se non così drammaticamente devastante per il Pd che ha regalato un buon 6-7% ai “dimaini”, che il Movimento pentastellato cerchi di portare all’incasso soprattutto la norma sui vitalizi, quale trofeo da sventolare in caso di elezioni anticipate (tra un anno, tra due…), convinti come sono che con questi numeri una legislatura non durerà 5 anni, a meno di stravolgimenti totali nel Centrodestra (con Salvini che rompe l’alleanza per andare al governo con Di Maio). Nel 2019 infatti si voterà per le Europee (e per le Regionali in Piemonte), le quali potrebbero ridisegnare lo scenario politico italiano e forse la loro idea nascosta è proprio quella di accorpare Politiche ed Europee. Giggino sà bene che governare un Paese difficile come l’Italia, con un Nord a trazione lepenista-leghista, di cui deve necessariamente tener conto, può essere impresa improba che potrebbe logorarlo, rischiando di appannarne l’immagine vincente, facendone emergere i limiti personali. Quindi, in questo quadro, quale il ruolo del Pd? Certamente si deve preparare un congresso che ridefinisca la linea politica; se nel frattempo però si attarderà a parlare solo di Segreteria, di riposizionamenti interni, di rivincite da prendere, di cosa farà Tizio e cosa farà Caio, si supererà il “punto di non ritorno” e ci vorranno forse vent’anni per risalire la china politica e recuperare un motivato consenso! Ecco perché torno a ripetere ed a caldeggiare, come detto nel precedente Osservatorio, la creazione di un “think tank” composto da personalità di “area” che affianchi la fase pre-congressuale, al fine di ridefinire un pensiero politico complessivo, come ricordavo all’inizio, che vada dalla lotta alle povertà al tema della rappresentanza, da una nuova economia all’ambiente, dal fisco al Welfare, dalla Scuola e Università alla Sanità, quali servizi pubblici (e come tali superarne la visione aziendalistica)…Poi certo si dovrà affrontare il tema del Segretario, ma chiunque lo sarà dovrà rappresentare e garantire tutto il partito, magari scelto con le Primarie che sono uno strumento da perfezionare, secondo me essenziale ed irrinunciabile. Ecco, se il partito s’impegnerà “nei fatti” a voltare davvero pagina allora sarà in grado di confrontarsi e di proporre, anche nel caso di una collaborazione governativa, una linea politica ben delineata a sinistra, marcando la differenza coi Cinquestelle i quali, pur di avere voti, si definiscono “post-ideologici” (così possono dire tutto ed il contrario di tutto). Ma di nuovo: ce la farà il Pd o staremo fra 3-4 mesi ancora a piangere, se non a litigare?

Gianni Amendola

sabato 3 marzo 2018

OSSERVATORIO MARZO 2018

L’OSSERVATORIO di Gianni Amendola. Il Rosario di Salvini. Non saprei come definire altrimenti, se non squallida, l’esibizione di Salvini che nel suo comizio a Milano ha giurato sul Vangelo (?), con il Rosario in mano, e sulla Costituzione! Siamo ancora all’uso strumentale dei simboli religiosi a fini di parte politica! Oltretutto lui ha giurato proprio su quel Vangelo, che non è un testo che racconta la vita di un personaggio pur importante, Gesù Cristo, quanto invece la “Parola fatta carne”, vale a dire Dio che parla e si manifesta attraverso Suo Figlio, nei suoi comportamenti, e che ci descrive il Giudizio Finale, in cui “separerà le pecore dai capri (i “buoni dai cattivi)” e ci dirà quanto avremo amato (“…avevo fame e mi avete dato da mngiare,…ero straniero e mi avete accolto…”), tutto il contrario quindi da ciò che Salvini stesso, la Meloni, ma anche tutti i “coristi” del Centrodestra, forse in toni più ovattati, vanno predicando! Ma ci si sbaglia se vedessimo in quel gesto solo un tentativo di blandire i cattolici; lì c’è un preciso significato politico: la saldatura cioè tra il cristianesimo, come riferimento ideale in cui comunque il popolo italiano si riconosce, e il “sovranismo”, cioè la supremazia sul “diverso da noi”, quasi ad unirli in “unicum” (“Prima gli italiani” recita il suo slogan) di cui Salvini si fà garanzia e certezza. In altri termini, mentre il Papa, con cui il leader leghista ha polemizzato pur a distanza sui migranti, raccomanda in nome del Vangelo l’accoglienza e richiama la Politica alla responsabilità nella gestione del fenomeno, lui “rassicura” i cristiani che non c’è in Italia contraddizione tra il credere e il respingere se necessario i richiedenti asilo, perché in nome dello Stato identitario (quello pensato da Salvini), che dà benessere e sicurezza al cittadino, ciò può essere legittimo. Siamo in fondo ad una sorta di Religione di Stato, piegata ai suoi interessi. E’ una mossa quindi tutt’altro che goliardica, perfettamente funzionale invece ad un preciso e lucido disegno (per il quale un cristianesimo “radicale” diventa impedimento). Ecco perché è fondamentale che non prevalga in Italia una maggioranza politica che comprenda Salvini e affini, magari in nome di una governabilità, perchè finirà per stravolgere lo spirito del nostro popolo (e della nostra Costituzione), ancora in grado, ancorchè stanco e disilluso da tante mancate promesse, di esprimere forti solidarietà umane e sociali. Le cantonate di Di Maio e di Berlusconi. La mossa di salire al Colle per “avvertire” il Presidente Mattarella sullo stato di avanzamento nella composizione della lista dei Ministri di un futuro governo a trazione pentastellata si commenta da sola, ma andrebbe sottolineata ancor più, non solo per l’azione in sé inconsueta proprio sul piano costituzionale (cosa di per sé già molto discutibile), ma anche perché denota uno spirito da ”arrivano i nostri” nel cui nome verrà risanato il Paese, e al diavolo il galateo istituzionale se non prevede simili atti: “noi siamo il bene”, sembran dire, “e devono tutti darcene atto”! Non è solo una questione di conoscenza della Costituzione e delle sue prassi, quanto l’espressione di uno stato d’animo dei Pentastellati, per i quali, come ho già detto in precedenti “Osservatori”, queste elezioni sono l’ultima spiaggia, pena una loro futura inconsistenza. Se infatti non ricevessero l’incarico di guidare un governo, se non fossero loro a “dare le carte”, se non fossero loro a decidere senza mediazione alcuna chi dovranno essere i Ministri, vorrà dire che si troveranno in un limbo politico da cui potranno uscire solo dividendosi tra “duri e puri”, che potranno resistere sì e no ancora una Legislatura, e i “fortementi delusi e amareggiati” che sceglieranno o di andare in altri partiti, a seconda delle loro inclinazioni politiche primordiali, o di uscire dal Parlamento, della serie “che ci stiamo a fare”! Ecco perché Giggino cerca questi gesti eclatanti, per rassicurare e motivare le truppe altrimenti, anche a suo dire, “non reggerebbero più”! In questa ottica và letta anche l’indicazione del comandante Costa dei Carabinieri, inusuale nella forma (comunicata in tv dalla Annunziata) e nella sostanza, in quanto tuttora Costa è in servizio permanente effettivo ed una nomina così si contrappone al ruolo che ha (si doveva eventualmente dimettere prima, a saperlo). A tutto ciò si unisce l’incapacità mostrata dallo stesso Di Maio nel saper selezionare un abbozzo di classe dirigente, visti i casi di “furbetti pentastellati” identificati. Non è solo questione di parametri interni, quanto proprio di mancanza di discernimento; tra l’altro, furbescamente, sà bene che gli “epurati” non andranno via, perché sono già nelle liste e potranno essere comunque eletti e se il Movimento davvero li caccerà questi andranno nel Gruppo Misto o in altri! Verranno quindi eletti proprio coloro che avranno espulso, questa è la morale di tutto! Complimenti a Di Maio! E costui dovrà guidare il Paese? Accanto a Di Maio brilla (si fà per dire) la stella di Berlusconi, il quale mai smentendosi, anzi dicendo più o meno le stesse cose che prometteva già vent’anni fa, come un disco rotto, continua a spararne una al giorno, l’ultima delle quali la proposta di 3 referendum di revisione costituzionale, tra cui il passaggio ad una Repubblica Presidenziale. Ora, che lui sottolinei l’incultura di Di Maio ed il non aver egli mai lavorato (ma Salvini e la Meloni che lavoro hanno svolto finora?) è un dato di fatto, ma con queste uscite si pone subito a ruota. Non sà forse l’ex Cavaliere, ex-Premier, che qualsiasi proposta di modifica della Carta passa per il Parlamento? E’ questa la sua conoscenza del Diritto Costituzionale? O è invece la sua solita tattica, dire cioè delle cose che l’italiano medio, la casalinga, l’anziano/a che vive di tv non può immediatamente verificare, ma di cui rimane inevitabilmente colpito? Non è la stessa furbizia propagandistica usata nel salotto televisivo di Barbara D’Urso, quando accusò Renzi di aver firmato il Regolamento di Dublino, sui migranti, quando era stato lui a farlo nel 2003, all’epoca con l’opposizione della sola Danimarca, e proprio perché una tale battuta poteva rimanere nella testa di chi ascoltava senza possibilità di essere ovviamente verificata? O quando ripete, con i “suoi accoliti” come scolaretti che hanno imparato una poesia, che fu un complotto a mandarlo a casa nel 2011, nel pieno della pesante crisi economica, invece che lo stesso Parlamento come da prassi istituzionale, nel quale aveva una maggioranza di oltre 100 deputati che poi gli han voltato le spalle? Ecco la miscela di Berlusconi: furbizia dialettica e memoria corta degli Italiani, un mix esplosivo per vincere le elezioni (e non saper poi governare)! Ma qualcuno, un “piddino”, ora che manca meno di una settimana al voto, riuscirà a dirgliele queste cose, in uno spot elettorale, in una dichiarazione al telegiornale; o magari un giornalista “non timoroso”, in studio da Vespa o da Mentana o da altri? Perché credere ad uno come lui che ha portato l’Italia sull’orlo di un baratro economico (e la conseguente legge Fornero la votarono tutti, la Meloni, la Lega e Salvini) e che oggi, ripetendo le stesse cose di allora, dice di “aggiustare” il Paese? Amici e compagni del Pd ma perché non gliele rinfacciate ‘ste cose “in modo esplicito e diretto” all’uomo di Arcore? Non basta dire “Berlusconi è quello dello spread”...chi volete che immediatamente capisca? Gianni Amendola

mercoledì 28 febbraio 2018

Evento “ Piccoli Comuni, Grande Italia” a San Martino Alfieri il 1 marzo con Angela Motta

Giovedì 1 Marzo alle ore 21  Angela Motta, candidata alla Camera dei Deputati del collegio Asti- Acqui incontrerà la popolazione a San Martino Alfieri, presso la sala del comune 


Vi aspettiamo!

martedì 20 febbraio 2018

Evento “INNOVAZIONE MADE IN ASTI” Giovedì 22 Febbraio alle 21 presso la Caffetteria Mazzetti, Asti



Vi aspettiamo Giovedì 22 Febbraio alle 21 presso la Caffetteria Mazzetti 
Alcuni giovani innovatori ci racconteranno la loro esperienza sul territorio Astigiano. 

Con noi anche Chiara Gribaudo, candidata al collegio plurinominale per la Camera dei  deputati per il Partto Democratico 
Angela Motta, candidata al collegio uninominale per la Camera dei Deputati per il partito democratico  
e Tommaso Nannicini già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri

Sarà un interessante momento di racconto, confronto e scambio di idee. 
Vi aspettiamo! 


Evento “INNOVAZIONE MADE IN ASTI” Giovedì 22 Febbraio alle 12 presso la Caffetteria Mazzetti, Asti

Vi aspettiamo Giovedì 22 Febbraio alle 21 presso la Caffetteria Mazzetti 
Alcuni giovani innovatori ci racconteranno la loro esperienza sul territorio Astigiano. 

Con noi anche Chiara Gribaudo, candidata al collegio plurinominale per la Camera dei  deputati per il Partto Democratico 
Angela Motta, candidata al collegio uninominale per la Camera dei Deputati per il partito democratico  
e Tommaso Nannicini già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri

Sarà un interessante momento di racconto, confronto e scambio di idee. 
Vi aspettiamo! 


L’Esperienza di una Millennials, chi sono e come operano nel Partito Democratico



I Millennials e la politica: nuove prospettive

La generazione dei ragazzi nati a partire dal 1980, è spesso accostata ad un diffuso sentimento di antipolitica, di opposizione al sistema tout court e quindi più vicina almeno a livello ideale a partiti non tradizionali e populisti. Sicuramente le generazioni precedenti, che hanno vissuto la rivoluzione del Sessantotto e la lotta per la conquista dei diritti civili erano caratterizzata da una coscienza di classe diffusa, da una voglia di migliorare la propria condizione economica e sociale che sembra lontana anni luce dai ragazzi di oggi. C'è però un'esperienza, tutta interna al Partito Democratico, in totale controtendenza a questi luoghi comuni: è il gruppo dei Millennials. Siamo nati in occasione delle Primarie del 2017, con l'intento di sostenere la mozione Renzi-Martina sui social e attraverso i principali canali digitali. Quando abbiamo iniziato eravamo poco più di una decina, animati solo dallo spirito di voler effettivamente aiutare il nostro partito sotto la guida di Arianna Furi, una ragazza di appena 19 anni che di lì a pochi mesi sarebbe stata chiamata dal nostro Segretario ad entrare nella Segreteria Nazionale. Durante le primarie ci siamo mobilitati, realizzando card e video per spiegare la mozione e le nostre speranze. Nel corso dell'ultimo anno abbiamo partecipato a diverse iniziative del Partito Democratico, in particolare quella delle "magliette gialle" di Roma e Milano, siamo saliti sul Treno PD con Matteo Renzi e, con la collaborazione di Matteo Richetti e Maurizio Martina, abbiamo ufficialmente presentato a Roma il 12 settembre la nostra piattaforma e il nostro progetto. Collaborano con noi ragazzi di tutta Italia, inviando video e articoli sia per sostenere la campagna elettorale, sia per ragionare dei grandi temi di politica internazionale.
Grazie a questa straordinaria esperienza e possibile solo grazie al mondo dei social che ci ha fatti incontrare, ho imparato a confrontarmi e a mettermi in gioco, rivedendo talvolta le mie posizioni.
Tutti i partiti hanno ovviamente delle sezioni giovanili più o meno importanti e lo stesso Partito Democratico ha, al suo interno, la federazione dei Giovani Democratici. Ciò che però distingue l'esperienza dei Millennials dalle sezioni tradizionali è il fatto di dare a chiunque abbia un account social la possibilità di esprimere le proprie idee e di poter aiutare il Partito Democratico nella grande sfida che ci attende fino al 4 marzo.



Biografia:

Ho 30 anni, sono nata a Mondovì e da 4 anni vivo in provincia di Asti. Sono laureata all'Università di Torino in Scienze del governo e dell'amministrazione e ho un master in scienze economiche e sociali conseguito all'Università di Lione. La politica è, da sempre la mia grande passione. Mi è stata trasmessa dai miei genitore che, fin da piccola, hanno sempre cercato di rendermi una cittadina consapevole delle mie scelte. Da quasi un anno collaboro attivamente con il gruppo dei Millennials e scrivo articoli per il blog. Durante gli anni dell'Università mi ero accostata partiti di sinistra più radicale, in particolare i Comunisti Italiani di Diliberto. Da due anni sono tesserata del Partito Democratico, dove sento di non aver trovato solo collocazione politica, ma una vera e propria seconda famiglia.

Le proposte del Partito Democratico per la campagna elettorale: FATTI CONCRETI E REALIZZABILI


Le Proposte e le Iniziative politiche e sociali che il Partito Democratico ha portato avanti in questa ultima legislatura sono fatti Concreti che sono stati REALIZZATI. 
Così anche le proposte per la Campgna elettorali del Partito Democratico sono CONCRETE E REALIZZABILI 

giovedì 15 febbraio 2018

Evento “Piccoli Comuni, Grande Italia” con Angela Motta a Portacomaro d’Asti

Mercoledì 21 Febbraio alle ore 21 Angela Motta, candidata alla Camera dei Deputati del collegio Asti- Acqui incontrerà la popolazione a Portacomaro d'Asti, presso il Salone Polifunzionale

Vi aspettiamo!

Evento “Piccoli Comuni, Grande Italia” con Angela Motta a Moncalvo



Mercoledi 21 Febbraio alle ore 18:30 Angela Motta, candidata alla Camera dei Deputati del collegio Asti- Acqui, incontrerà la popolazione a Moncalvo, presso il salone Comunale. 

Vi aspettiamo!


Evento “Piccoli Comuni, Grande Italia” con Angela Motta a Mombercelli


Martedì 20 Febbraio alle ore 21 Angela Motta, candidata alla Camera dei Deputati del collegio Asti- Acqui, incontrerà la popolazione a Mombercelli presso la Sala del Consiglio Comunale 

Vi aspettiamo!

Evento “Piccoli Comuni, Grande Italia” con Angela Motta a Montechiaro d’Asti

Martedì 20 Febbraio alle ore 18:30 Angela Motta, candidata alla Camera dei Deputati del collegio Asti- Acqui incontrerà la popolazione a Montechiaro d'Asti presso la Saletta Auna, Via Pastrone.

Vi aspettiamo!

Evento “Piccoli Comuni, Grande Italia” con Angela Motta a Castello di Monastero Bormida

Lunedì 19 Febbraio alle 21 Angela Motta, candidata alla Camera dei Deputati del collegio Asti- Acqui incontrerà la popolazione a Castello Di Monastero Bormida.

Vi aspettiamo!

martedì 13 febbraio 2018

Giovanna Beccuti risponde sulla questione ASP



In queste ultime settimane esponenti dell'Amministrazione Comunale si sono ripetutamente avvicendati sui giornali per alludere al fatto che la mia personale decisione di non dimettermi dalla carica di Presidente ASP dipendesse dalla calcolata volontà di farmi revocare dal Sindaco per aprire subito dopo una trattativa o un contenzioso per ottenere soldi in cambio del mancato proseguimento dell'incarico fino alla sua scadenza naturale.

Dunque una strategia finalizzata a ottenere indennità economiche di cui in passato, in ASP, anche Presidenti del centrodestra hanno beneficiato, accettando di terminare anzitempo il loro mandato.

Io no. Esistono persone la cui etica e coerenza va in senso contrario ai comportamenti qui sopra descritti e il cui unico interesse è operare con correttezza e trasparenza: io mi metto tra queste. Non mi interessano i soldi. Se ne facciano una ragione il Sindaco Rasero, il Vice Sindaco Coppo, l'opinionista Coffano e via dicendo.

Ho deciso di non dimettermi dalla carica di Presidente ASP, come richiesto dal Sindaco, perché non ho ragioni valide per farlo: ritengo di aver ben operato, insieme al Consiglio di Amministrazione che da domani terminerà la sua stagione, nell'interesse dell'Azienda e dei cittadini utenti. E non ritengo che lasciare per far posto a persone di altro colore politico, come richiesto da Rasero, sia una ragione valida, la sola finora sostenuta da lui.  

Ribadisco dunque la mia decisione di non dimettermi, attendendo il compiersi della revoca nell'Assemblea dei Soci di domani, di essere totalmente disinteressata alle indennità economiche e di essere invece molto interessata a leggere sui giornali come, da domani, verrà gestita questa Azienda, anche su input del Sindaco Rasero, con quali obiettivi, risultati e benefici per i cittadini.

Giovanna Beccuti

mercoledì 7 febbraio 2018

OSSERVATORIO SPECIALE FEBBRAIO 2018

L’OSSERVATORIO (speciale febbraio 2018) di Gianni Amendola. La “fake communication” che spesso caratterizza le campagne elettorali ha trovato (e troverà ancora) piena realizzazione dopo i fatti di Macerata, capitati proprio nel pieno della contesa politica. L’importante era (è) per Salvini e la Meloni spostare l’obiettivo dal bersaglio del fascista che ha sparato; nè ovviamente poteva mancare Berlusconi, il quale non può permettersi di lasciare al leader della Lega, suo competitor interno, il centro della polemica e della scena politica attuale. Abbiamo allora preso atto delle contorsioni di ragionamenti le più strane (secondo Forza Italia ad esempio lo sparatore apparterrebbe ad una forza politica non meglio identificata) o di frasi buttate nella mischia, al solo fine di evitare che si ponesse al centro il tema vero e preoccupante del risorgente “fascismo”, quantomeno del riemergere di quel mondo mai scomparso nel Paese, ma finora mai così evidente specie dopo i successi elettorali del centrodestra nelle ultime Amministrative (l’humus adatto per ricrearsi), avuti grazie all’appoggio nei ballottaggi dei Cinquestelle (ovviamente ricambiati a Roma e a Torino) ed i cui più recenti inquietanti segnali sono stati l’interruzione a Como dell’incontro sui migranti, da parte di un gruppo di estrema destra comunque qualificatosi tale, l’assalto di Forza Nuova alla sede de “La Repubblica” a Roma, per non dire del gestore dello stabilimento balneare di Chioggia, che aveva fatto pubblica dichiarazione a favore del Ventennio. E’ chiaro che il Centrodestra sia in forte imbarazzo; niente di meglio allora che tirar fuori la “fola” dell’esasperazione della gente che può rischiare di armare, come è avvenuto, la mano di qualcuno contro i migranti, ritenuti troppi e delinquenti. La Meloni, la più in difficoltà ovviamente, ha pensato bene di coinvolgere Mattarella nella polemica (appunto, spostare il bersaglio), rimproverandolo con livore rancoroso di non aver espresso pubblicamente il cordoglio alla famiglia per l’orrenda fine di Pamela, la ragazza di Macerata poi tagliata in due. E ancora, la Meloni ha parlato come Salvini dell’inquietudine sempre crescente della gente nei confronti dei migranti, attribuendone la colpa alla Sinistra che li ha accolti invece che respingerli o espellerli. Perché ho detto “fola”? Che ci siano tante persone con un senso di disagio, se non proprio di rifiuto del “diverso” è un dato, ma ciò non deve in alcun modo giustificare fatti come quello di Macerata; sarebbe come dire che poiché c’è (o c’è stata) la crisi economica e molta gente ha perso il lavoro o il potere di acquisto del proprio salario, si può “comprendere” se qualcuno và a rapinare un gioielliere o un appartamento! Spetta alla Politica dare risposte; il Centrodestra, che ha la paternità della Legge Bossi-Fini tuttora vigente, cosa ha fatto per migliorare l’accoglienza o per progetti di integrazione? Qualcosa forse, ma fu Berlusconi a varare una grande sanatoria, legalizzando circa un milione di clandestini (cito Massimo D’Alema). Dov’erano Salvini e la Meloni all’epoca? Proprio Berlusconi, che non poteva non dire la sua per le ragioni suddette, parlando di “bomba sociale” ha aumentato la quota degli immigrati da espellere, 600.000, vale a dire 100.000 in più di quelli indicati dal leader leghista, quasi a far capire chi comanda in quell’alleanza.. ,senza spiegare peraltro “come” espellerli e quanto costerebbe farlo (ammesso e non concesso che siano vere quelle le cifre..)! Ma tant’è; è fin troppo evidente il timore che i fatti di Macerata possano dare una svolta diversa da quello che sembra l’andamento dei sondaggi, anche se finora, ancora a botta calda pare di no. Ma non c’è molto da sperare al riguardo, perché c’è in tanta parte del Paese la sensazione che la situazione stia sfuggendo di mano, pur se le cifre ufficiali dell’ISTAT parlano di una diminuzione sensibile dei reati (compresi quelli commessi da stranieri). In questo contesto la posizione dei Cinquestelle rimane furbescamente in “stand by”; “non commentiamo i fatti di Macerata per evitare strumentalizzazioni”, ha subito dichiarato l’anodino Di Maio, a differenza di Fico che si è espresso contro quell’atto e la cultura ideologica che lo ha sotteso. La verità è che dovendo prendere voti a destra e a manca l’aspirante premier pentastellato non può esprimere una posizione chiara: deve capire prima come vanno i sondaggi e poi accodarsi. Gli và ricordato, invece, che proferire battute del tipo “c’è chi si è arricchito con gli sbarchi” (ovviamente per lui il Pd), che la nostra Costituzione, di cui i Cinquestelle si son fatti strenui difensori all’epoca dello scorso referendum, è profondamente anti-fascista; se poi Giggino (che lo ha detto sì in una recente intervista, ma deve ribadirlo sempre, specie ora) reputasse che il pronunciarsi in modo netto sull’antifascismo rischi di alienargli voti in uscita da destra o, ancor peggio, di minare l’ipotesi sempre in piedi di un governo “con chi ci sta” (e gli unici sarebbero proprio la Meloni e Salvini!), allora getti la maschera e parli “in modo trasparente” alla gente! E gli si ribatta che anche nella Sanità ad esempio o negli appalti pubblici c’è chi cerca di arricchirsi: dovremo allora per questo ridimensionare gli ospedali, acquistare meno farmaci o non costruire più nulla tra case, ferrovie, ponti..? Ma come parla costui? E’ chiaro che è la Politica, come dicevo, a creare le condizioni (legislative e soprattutto culturali…) per perché la corruzione abbia un freno…Forse bisognerebbe che Di Maio guardi un più in casa propria, dove non pare proprio si brilli per chiarezza e trasparenza, a cominciare da Roma, dove tra l’altro potrebbe essere inquisito anche lui per la vicenda di Marra. Certo il problema degli immigrati esiste; soprattutto, come ha ricordato il sindaco di Macerata, è il vedere tanti di questi ragazzi di colore magari in giro senza far nulla, forse perché usciti dal programma di integrazione, rischiando di finire a delinquere, a generare inquietudine. E’ qui probabilmente il punto “debole” della questione; occorre allora rinforzare tali iniziative, crearne di nuove, finanziate (conviene ricordarlo sempre) dai fondi dell’Unione Europea, anche coinvolgendo (perché no?) tanti nostri giovani in cerca di occupazione, ma che hanno titoli (conoscenza delle lingue o laurea in Scienza delle Comunicazioni, e non solo..). Potrebbe essere una ulteriore risposta seria e dignitosa per il nostro Stato al problema dei migranti e della loro integrazione ..Ma non aspettiamoci che a proporre ciò (o altro) sia il Centrodestra. Gianni Amendola

domenica 4 febbraio 2018

Il PD contro l’aumento di tasse e tariffe comunali.

“La stangata di Rasero sulle famiglie non si nasconde con lo scaricabarile”. Il PD contro l’aumento di tasse e tariffe comunali. Il centrodestra, che sta promettendo in campagna elettorale di abbassare le tasse, ad Asti ha appena deliberato di alzarle pesantemente ricorrendo anche allo “scaricabarile” per tentare di mascherare la propria incapacità di gestire il bilancio comunale senza “spremere” i cittadini. Rincari bus e parcheggi. In realtà il rincaro dei biglietti dei bus e dei parcheggi deliberato da Rasero serve a compensare il fatto che nel Bilancio 2018 il Comune ha previsto di tagliare 250.000,00 euro per il trasporto pubblico. Per poter mantenere lo stesso livello di servizio deve compensare il taglio con i maggiori introiti che si spera di incassare aumentando il costo di titoli di viaggio e parcheggi. Il fatto che nei cinque anni precedenti siano state mantenute le tariffe più basse del Piemonte è un merito e non un demerito della precedente amministrazione. Sarebbe stato meglio continuare a mantenere le tariffe basse. Rincari Tassa rifiuti. Negli ultimi due anni l’amministrazione precedente aveva ridotto complessivamente di circa il 5% il costo spalmato sugli astigiani della tassa rifiuti. Nel 2015 i “costi da ripartire tra utenze domestiche e non domestiche” sono stati di 18.302.418 euro; nel 2016 sono scesi a 17.961.138 e nel 2017 sono scesi a 17.427.195. Nel 2018 si risale a 18.281.893 euro. Questo aumento non serve affatto a compensare buchi passati ma le spese del 2018. Si vedano i piani tariffari delle delibere 2015/16/17/18 (DOC 4-5-6-7: l’ammontare complessivo dei costi di servizio è sempre a pag. 9). L’amministrazione precedente ha sperimentato (nel quartiere Torretta e zona viale alla Vittoria) un sistema di raccolta che se applicato in tutta la città consentirebbe di evitare i rincari riconducibili all’aumento dei costi determinato dallo scatto contrattuale dei dipendenti dell’igiene urbana: purtroppo anziché decidere subito di adottare il nuovo sistema, come si sarebbe potuto fare in modo da poter beneficiare dei minori costi dal 2018, non si è ancora assunta la relativa delibera. Se si accelerasse questa riorganizzazione si potrebbe fare marcia indietro sull’aumento della tassa rifiuti. Il rincaro delle mense non c’entra con gli oneri di urbanizzazione. Rasero tenta di giustificare il rincaro delle mense e delle tariffe sociali giustificandosi col calo degli oneri di urbanizzazione. Nel 2017 gli oneri di urbanizzazione sono stati (come previsto dalla legge) usati in parte corrente solo per la manutenzione ordinaria dei beni comunali (strade, palazzi, scuole, etc.). Non potevano (come sarà anche per il 2018) essere usati per altro (es. stipendi o spesa sociale). Quindi dire che si aumenta il costo della mensa perché si teme che possano entrare meno oneri di urbanizzazione non ha alcun nesso logico né pratico. L’amministrazione precedente non ha lasciato buchi e Rasero lo certifica già nel luglio 2017 L’amministrazione precedente non solo non ha lasciato buchi di bilancio ma un “avanzo di amministrazione”. Infatti la buona salute del bilancio comunale ereditato era già stata certificata a luglio 2017, attraverso la cosiddetta delibera di salvaguardia approvata dalla giunta Rasero e dai suoi consiglieri di maggioranza, e che ha attestato l’assenza di buchi consentendo alla nuova amministrazione di applicare quote di avanzo per finanziare nuove spese e, nel contempo, mantenere gli equilibri di bilancio così come hanno certificato anche i revisori dei conti. Alcuni dati: Pagina 5 del Rendiconto 2016 (approvato dai revisori dei conti) attesta avanzo di amministrazione 2016 di particolare rilievo (euro 25.415.074,76) Nel 2017 l’amministrazione Rasero ha già speso 1.944.766,08 euro avanzati dall’amministrazione precedente: 1. con la variazione di bilancio di luglio 2017 ha applicato 647.335,68 euro in parte corrente e 660.923,21 in parte straordinaria; 2. con la variazione di bilancio di novembre 2017 ha applicato alla parte corrente euro 116.507,19; al conto capitale euro 520.000,00. A settembre Rasero torna a certificare la buona salute del bilancio ereditato E’ scaricabile dal sito del Comune- sezione trasparenza, infatti, la Relazione di inizio mandato che ogni Sindaco è nel dovere di redigere. Diligentemente anche il Sindaco Rasero ha fornito ai cittadini la sua relazione che dettaglia da più punti di vista lo stato di salute dell’Ente. Tra i tanti elementi analizzati dal documento, quella più corposa e dettagliata riguarda proprio il quadro della situazione finanziaria del Comune. Il Sindaco ha, nero su bianco, certificato che il bilancio, così come ereditato, “NON PRESENTA SQUILIBRI” (pag. 19 del documento richiamato). Nel merito il Documento così recita: Al punto 1.5 condizioni finanziarie dell’Ente: Indicare se l’Ente, nel mandato amministrativo precedente, ha dichiarato il dissesto finanziario ai sensi dell’art. 244 del TUEL, o il predissesto finanziario ai sensi dell’art. 243 bis 1) DISSESTO: NO 2) PREDISSESTO: NO In sintesi: 1. a Luglio Rasero certifica che il bilancio è in ordine; 2. Il 22 settembre ribadisce il concetto; 3. a pochi giorni di distanza, “RIBALTA LA FRITTATA”, nel maldestro tentativo di giustificare gli aumenti tariffari: troppo facile dare la colpa a quelli di prima. Multe non riscosse. Si dice che gli attuali problemi del comune sarebbero causati dal fatto che è aumentata negli anni la quota di multe non riscosse. Probabilmente l’incremento segnalato è soprattutto apparente (e dovuto al cambio di contabilizzazione). Se anche fosse vero, il fatto non inciderebbe negativamente sul bilancio dell’anno in corso ma semmai avrebbe inciso sui bilanci precedenti, che però si sono chiusi in equilibrio e con tasse più basse. Semmai si dovrebbe accusare l’amministrazione precedente del contrario: “hai dovuto applicare tasse più alte di quelle che avresti potuto applicare se avessi riscosso più multe”. Oggi però il problema è che l’amministrazione in carica vuole aumentare le tasse. Se sarà anche più brava a riscuotere le multe avrà (rispetto al passato) due fonti di “spremitura” in più dei cittadini rispetto al prelievo operato negli anni scorsi dall’amministrazione precedente: le multe in più e le tasse aumentate. La storia ci racconta che non serve dare la colpa alla precedente amministrazione perché per fortuna i cittadini hanno la maturità per sapere valutare. Gli aumenti tariffari – BUS, MENSE, PARCHEGGI E TARI, sono stati una precisa scelta dell’amministrazione RASERO che se ne deve assumere la piena responsabilità. Una scelta le cui conseguenze incideranno pesantemente sulla vita quotidiana delle famiglie. Gruppo Consigliare PD Asti e Organi del Partito.

OSSERVATORIO FEBBRAIO 2018

L’OSSERVATORIO di Gianni Amendola. Lasciamo stare per ora i commenti sulle candidature (non solo quelle che riguardano il Pd); i maggiori quotidiani ne han parlato in abbondanza e sono state fatte considerazioni pressocchè unanimi. Sui sondaggi direi poi di andarci sempre con le dovute cautele, in quanto a volte, anche recentemente, hanno anche in parte “toppato”. Comunque, al di là di questo, non si respira “aria buona” intorno al Pd e la percezione anche di nostri esponenti istituzionali (sindaci, consiglieri…), non solo di Asti, di persone cioè che hanno capacità di “fiutare” più di altri gli orientamenti dell’elettorato, è che le cose non si mettano bene... Resterà da vedere “quanto e dove” si perderà. Personalmente ritengo che anche di fronte ad una sconfitta (sto facendo ipotesi, non un augurio), se non si andrà troppo al di sotto di una certa percentuale (diciamo un 23% che già sarebbe una bella botta), mettendo insieme il verosimile 3-4% delle liste imparentate col Pd (+Europa, Insieme, Civici) si arriverebbe intorno al 27%; se d’altro canto LeU raggiungesse davvero quel 7-8% che gli viene attribuito, vorrà dire che in Italia, nonostante tutto, ci potrà essere in Parlamento un’area di Centro-Sinistra intorno al 34-35%. Fantasie? Chissà…Certo è che in questo modo le cose cambiano, perchè, con quelle percentuali (se confermate) non si potrà lasciare alla Destra il Governo del Paese (semprechè superi quei numeri..), né tantomeno ai Cinquestelle. E’ ovvio che un tale personale auspicio (forse non troppo lontano dalla realtà) si scontrerà con tutti i rancori, risentimenti personali che la scissione a sinistra ha provocato nel partito; ma son sicuro che non mancano all’interno del Pd (e di LeU) esponenti che faranno il possibile per gettare “ponti” (ogni Legislatura ha avuto i suoi “pontieri”; nella DC era la norma…) perché le due parti tornino a confrontarsi. Il fatto è che comunque dopo il 4 marzo molte alleanze elettorali si scomporranno necessariamente, anche nel Centrodestra, in quanto Berlusconi non accetterebbe di buon grado un governo con un alleato riottoso come Salvini (un conto è la campagna elettorale, un conto è governare), per cui giocherà la carta delle “larghe intese”, che i più danno per certo perché già concordate; il Pd, di fronte a tale ipotesi, vedrà la minoranza, già in parte falcidiata dalle candidature, senza dubbio sulle barricate, con tutte le conseguenze possibili, mentre i Cinquestelle chiederanno un governo con “chi ci sta”, ammesso che riescano ad ottenere le percentuali che i sondaggi prevedono, ma probabilmente non saranno comunque in grado di formare un Esecutivo con numeri stabili e sufficienti (tolto Forza Italia ed anche il Pd chi rimarrebbe per loro solo la Lega… Immaginatevi l’Europa!!!). Il fatto quindi che LeU e Pd tornino seriamente a parlarsi sarà imposto “dai fatti”; del resto lo stesso D’Alema, non certo un nome “unitivo”, ha detto, come pure Vasco Errani, di stare attenti a “non farsi troppo del male”, quasi nella consapevolezza che un quadro politico come lo sto ipotizzando potrebbe non essere del tutto campato in aria. A quel punto la palla passerà al Pd perché una linea politica di governo proprio con il partito che raccoglie i suoi fuorusciti non sarà certamente accettata, se non al prezzo (e questo è il punto) di un deciso cambio di linea politico-programmatica su alcune questioni (lavoro, diritti, scuola..); in gioco in ultima analisi ci sarà il passaggio da una “macronizzazione” del partito, basato sul carisma del capo, dove qualche strapuntino alla minoranza lo si trova sempre, ad un partito articolato, presente sui territori che invece elegge un capo che lo interpreti e lo rappresenti in toto. Al momento tali visioni sembrano inconciliabili. Io credo che da lì ogni cosa verrà rimessa in discussione; ma se questo eventuale 34-35% di un’area di sinistra in Parlamento fosse anche di poco maggioritaria, e non si tentasse di dar vita ad un Governo, beh, vorrà dire che la voglia di farsi del male sarà prevalente rispetto ad ogni altra considerazione politica. Significherà però che in Italia la sinistra nel suo insieme “chiuderà” per almeno 20 anni! Si vuole giocare a chi lasciare il cerino per caso? Gianni Amendola

domenica 28 gennaio 2018

Pino Goria : verso il voto del 4 marzo



Cari Astigiani,

domenica 4 marzo saremo tutti chiamati a votare per le elezioni politiche nazionali. Molti di voi staranno giustamente cercando i motivi per non rimanere a casa quella domenica. Vorrei dirvi, in poche righe, come la penso.

Spesso sentiamo dire che il voto servirà solo a consegnare una delega in bianco ai partiti e ai nuovi parlamentari eletti, che la useranno poi a loro piacimento senza rispettare le promesse fatte.

Non sono d'accordo. Penso invece che più sarà forte il nostro mandato popolare, più risulteranno vincolanti gli impegni presi dai candidati in campagna elettorale.

Se saremo tanti a dare il nostro voto, avremo più forza dopo per chiedere conto dei risultati ottenuti: io sono interessato a farlo.

Perciò il 4 marzo sarà importante recarsi a votare e dare la propria preferenza. Mi sono convinto che per migliorare la democrazia, compresa la sua classe politica, non c'è altra via che mettere ancora più fiducia negli strumenti democratici che abbiamo, primo tra tutti le elezioni.

Penso poi che da qui al giorno del voto continueremo ad aver tempo di valutare gli impegni presi cinque anni fa e gli obiettivi raggiunti in questi anni dal Governo e dai Parlamentari. C'è molto di cui discutere: dalle misure che hanno creato lavoro a quelle per affrontare il fenomeno complesso dell'immigrazione tenendo insieme sicurezza e accoglienza, dal reddito di inclusione contro la povertà al piano di recupero per le periferie. Per discuterne spero che avremo occasione di incontrarci nei prossimi giorni.

Fatemi, però, aggiungere solo questo: diffidate da chi fa annunci roboanti. Una promessa credibile non è quella che promette il migliore dei mondi possibili. È molto più importante se chi ve la fa ha già dimostrato di poterla mantenere. E qui non contano le sparate, contano invece i risultati ottenuti, magari soltanto buoni e non ottimi, ma che sappiamo potranno essere migliorati.

Funziona così per ciascuno di noi nella vita di tutti i giorni, non si capisce perché in politica dovrebbe essere diverso.

A me piace dire che il Partito democratico deve avere un'unica passione: la voglia di essere utile a tutti. Questo vale sia quando guida il governo del Paese o un Comune, sia quando può mettersi a disposizione di una comunità cittadina, con i suoi bisogni e le sue paure. Avere questa passione è il modo migliore per guardare ai problemi, che ci sono e non vanno nascosti, ma anche per non rinunciare alle speranze delle persone e lasciare tutto com’è o peggiore di com’è.

Ad Asti abbiamo cercato di farlo anche con un gesto simbolico, spostando la nostra sede dal centro città in Corso Casale.

Spero di incontrarvi presto,

Pino Goria

Segretario provinciale Partito democratico