giovedì 19 aprile 2018

OSSERVATORIO APRILE 2018



L’OSSERVATORIO.                

Con la crisi siriana e il non trascurabile rischio di una guerra alle porte di casa, si continua ancora nell’incertezza per la formazione del nuovo Governo, i cui protagonisti principali vorrebbero ancora dilazionarne i tempi, legando le rispettive prove di forza (Salvini verso Berlusconi, Di Maio verso Salvini) agli esiti delle Regionali del Molise e del Friuli del 22 e 29 prossimi. Ma la situazione in Medio Oriente ha indotto Mattarella a sottolineare, nei suoi colloqui, che resta centrale il problema della collocazione italiana nello scacchiere internazionale, in quanto sia Salvini, in modo più esplicito, sia Di Maio, ora in forma più ovattata, non hanno mancato mai fino a ieri di esprimere una certa inclinazione politica per Putin, pur se ora Giggino, che vuole sempre dare l’idea di essere “rassicurante”, si è espresso a favore della NATO, scatenando l’ira della consistente ala “filo-russa” del Movimento. Se si alleassero Salvini e Di Maio quale la prossima politica estera dell’Italia? Meraviglia al riguardo (permettetemi una battuta) come Casaleggio junior, vero e proprio padrone dei “5 Stelle”, non abbia ancora proposto un sondaggio on line tra gli iscritti alla piattaforma Rousseau per vagliare l’orientamento della base e quindi far decidere, con un “click”, la collocazione internazionale del futuro Esecutivo..; il vero problema però è che non sanno nemmeno loro cosa dire e fare, salvo generiche affermazioni e richiami alle vie diplomatiche. Salvini, sempre spiccio nei modi e nelle affermazioni, ha persin dichiarato che non si è sicuri dell’uso di armi chimiche in Siria; a parte questi “trascurabili” dettagli, la formazione del nuovo Governo è partita tutt’altro che risolta e il feeling tra Lega e “5 Stelle” è servito finora ad far occupare tutti i posti disponibili nelle due Camere, dalle Presidenze ai “questori”, escludendo il Pd, quasi a mettere in sicurezza un accordo che sembrava vicino. Perché ciò che a mio avviso ostacola veramente un accordo non è solo il “problema Berlusconi”, ed ora anche la posizione “pro Putin” di Salvini, ma il “personalismo” di Di Maio, per il quale il non sedersi a Palazzo Chigi equivarrebbe ad una sconfitta; del resto continua a ribadirlo: lui vuole diventare il presidente del Consiglio, in quanto, come ha detto chiaramente, è da oltre un anno che sta preparandosi per questo ruolo, quindi nessuno può impedirglielo (!). Mentre infatti Salvini ha già detto da tempo che potrebbe fare un passo indietro circa il Premierato, le stesse parole Di Maio non le ha mai pronunciate. Il richiamo ai voti ricevuti è sì argomento importante, ma non decisivo, perché in Italia, specie col proporzionale (sistema che i Cinquestelle in passato han sempre sostenuto!), pur esprimendosi il voto al partito (o alla coalizione), non “necessariamente” vuol dire che quel Segretario diventerà Capo di Governo; costituzionalmente non c’è nulla di scorretto in ciò! Sembra davvero di rivedere e risentire, oggi nel Movimento pentastellato, parole e atteggiamenti di Forza Italia nei “tempi d’oro”, quando tutti all’unisono lodavano Berlusconi come leader inarrivabile, l’unico in grado di parlare al Paese, anche per le Coppe e gli scudetti vinti a suo tempo dal Milan (!), che doveva governare perché “eletto dal popolo”, non dovendo quindi tollerare interferenze da altri organi dello Stato (Presidenza della Repubblica, Magistratura…) in quanto non legittimati dal popolo; la stessa cosa sta capitando al partito della “Casaleggio associati”, nel quale c’è una forte connotazione settaria per cui il Capo non si discute né può essere discusso da nessuno, avversari politici compresi. Tra l’altro, se non fosse Giggino ad occupare la poltrona di Primo Ministro non avrebbero altre figure spendibili, a parte Fico, inviso però allo stesso Di Maio (ammenocchè non ricorrano a Crimi, alla Taverna, a Toninelli…lascio al commento personale di ognuno..). Esiste a mio avviso però una ragione più profonda di questo atteggiamento dei “5 Stelle”: la concezione sacrale che loro hanno della “rete”, per cui il “nominato” on line diventa l’incarnazione (una sorta di “Inviato”) della volontà dei “cittadini” (che poi per Di Maio siano stati appena più di 400 voti questo poco importa) e se questo Capo non fosse immediatamente riconosciuto anche dagli altri quale Premier vuol dire che è la “Politica” (cioè la ricerca del compromesso più alto, la possibilità di confrontarsi e mediare..) ad essere sbagliata, una cosa dunque inaccettabile, in quanto l’esito (il mancato ruolo di Premier) non sarebbe quello previsto e “sacralmente sancito” dal voto della rete. Ciò introduce nel confronto politico un elemento di irriducibilità che complica ancor più una situazione già di per sé complessa, caratterizzata da due schieramenti “non vincitori” che si comportano (i Cinquestelle di più) come se avessero conseguito il 51%. Cosa proporrà ora il Presidente Mattarella non possiamo saperlo; potremmo aspettarci forse, invece di un mandato esplorativo, l’individuazione sollecita (i tempi stringono) di una figura “istituzionale” (non necessariamente i Presidenti delle Camere), condivisa il più possibile da Lega e Movimento, che sulla base di alcuni ma fondamentali “punti programmatici” comporrà, tenendo conto delle indicazioni dei partiti coinvolti, una squadra di Governo che dovrà durare almeno un anno...Vedremo..

La situazione del Pd.

Il contesto politico attuale non può prevedere un’immobilità, un arroccamento, un “vediamo come se la cavano” del nostro partito, anche se sembra che qualcosa stia muovendosi. Sì, è vero, il Pd non ha vinto, anzi ha perso e “di brutto”, ma ciò non toglie che un “Aventino politico” non è produttivo perché si dà l’idea di una compagine politica che nell’immobilità cerca di evitare l’implosione, cosa che potrebbe avvenire se optasse per una entrata in gioco più incisiva. Abbiamo già detto che la situazione interna è molto seria e non si sta dando peraltro una “bella immagine” con lo spostamento dell’Assemblea Nazionale e con le difficoltà che si vogliono opporre a Martina, attuale reggente, reo di aver ipotizzato aperture al dialogo con le altre forze politiche per la formazione del Governo. Continuo a ribadire che al momento il Pd non è in grado di esprimere un cambio di linea politica e quindi un candidato “nuovo”, necessari dopo la batosta elettorale; son troppi i risentimenti, i sospetti reciproci, i veti incrociati, ma soprattutto c’è l’assurdo di un Segretario dimissionario di fatto “non dimesso” che vuole gestire l’attuale fase politica per mantenere il controllo del partito, senza però un confronto interno, una riflessione autocritica circa le cause del tracollo elettorale…Nulla di nulla…Tale immobilità rischia di trasferirsi nei Circoli periferici, spesso “impossibilitati” o incapaci di prendere un’iniziativa, di stimolare un confronto interno produttivo, perché nell’attesa che si sblocchi la situazione da Roma. Sarebbe opportuno invece confrontarsi “in modo operativo” su come riallacciare i rapporti con quel mondo “di sinistra” che ha girato le spalle al Pd; questo si può e si dovrebbe fare, pur se il timore di alcuni è che in questa fase di stallo e di incertezza politica certe iniziative possano far saltare equilibri interni, scompaginare maggioranze e tutto possa essere rimesso in discussione, riaprendo una nuova stagione. Io credo che proprio dai Circoli, con uno stimolo continuo verso la Dirigenza nazionale, debba partire la “riscossa”, ma a volte (o molto spesso) sembra che nulla si faccia o si muova solo per capire solo come riposizionarsi, per mantenere ruoli e posizioni. Torno a dire che è auspicabile che la fase congressuale (perché un congresso rifondativo andrà fatto, altrimenti finisce il Pd) sia accompagnata da proposte provenienti da gente “di area” nel campo dell’Economia, della Scuola, della Sanità, del mondo sindacale e delle rappresentanze, dal mondo del Volontariato, al fine di ridisegnare un profilo più nuovo ed incisivo (non che manchino all’interno del partito figure in grado di far questo, ma se ci si guarda con sospetto, se si studiano le mosse di Tizio o Caio per capire dove si collocherà non si realizzerà mai un confronto del genere, che potrà nascere solo dagli “esterni”). A tal fine, a sancire il tutto, un Segretario al fuori dagli attuali schemi e risentimenti e da veti incrociati, una figura “libera” con ampio mandato riformatore (ecco perché ho fatto il nome di Fabrizio Barca, ma potrebbero essercene altri, compreso Zingaretti che avrebbe però il problema di conciliare due ruoli importanti, in quanto Presidente della Regione Lazio). Anche a livello locale si può metter su un “think tank”, individuando persone che ancora sperano in un serio rinnovamento del partito ed iniziare pertanto un confronto sicuramente proficuo. Chi ci sta a far questo ora nel Pd astigiano? Le risposte sono attese.

Gianni Amendola

17/4/2018

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